Tutti i punti deboli della riforma. Alla fine deciderà il governo

La richiesta di mantenere lo statu quo non troverà accoglienza
La riforma degli assetti istituzionali del Paese è un gioco a incastro. Un gioco in cui le tessere cambiano di settimana in settimana. In sostanza, uno schema impossibile. Senza soluzione.
A luglio, con l’ultimo decreto finalizzato a ridurre la spesa pubblica, il governo ha imposto un’accelerazione piuttosto brusca. Il tempo concesso alle Regioni e ai Consigli per le Autonomie Locali (Cal) per formulare le proprie proposte di riordino sono stati letteralmente contingentati. Le tradizionali
discussioni senza costrutto e, soprattutto, senza scadenza, sono state di necessità archiviate.
L’esecutivo dei professori ha stabilito un calendario da tappe forzate. E ha soprattutto aggiunto una postilla che somiglia a una tagliola: nel caso in cui le istanze territoriali non dovessero (o non fossero capaci di) decidere, la soluzione sarebbe trovata d’ufficio a Roma. Un concetto probabilmente poco federalista ma molto sbrigativo.
L’effetto è stato comunque positivo. In Lombardia il Cal ha votato nei tempi stabiliti la sua proposta, frutto di una faticosissima mediazione. Tuttavia, lo “spirito” della spending review è stato completamente negato. Delle 12 Province esistenti, secondo il Cal ne dovrebbero restare addirittura 9. Passi per la deroga assegnata alla Provincia di Sondrio, territorio storicamente identificato come “autonomo” sin dal nome. Ma come giustificare la deroga che ha “salvato” la Provincia di Mantova?
Anche Monza, ultima nata nella geografia politico-amministrativa, sulla base di quali criteri potrà continuare a fregiarsi del titolo di capoluogo di Provincia?
C’è da sottolineare che la proposta del Cal è soltanto una «subordinata» rispetto all’idea primigenia: lasciare tutto com’è.
In fondo, il Consiglio delle Autonomie presieduto da Guido Podestà ha spiattellato sul tavolo regionale un pasticcio. Probabilmente destinato a essere messo da parte. Una pietanza indigeribile.
Dato per scontato che la richiesta di mantenere lo statu quo non troverà alcuna accoglienza, il rischio che anche la seconda ipotesi venga rispedita al mittente è molto concreto. Il governo ha infatti detto con chiarezza che non saranno ammesse deroghe di alcun genere. Inoltre nelle prossime ore è stato annunciato un ulteriore giro di vite proprio sulle Province.
Gli scandali ormai quotidiani che investono la politica, poi, imprimono alle scelte del governo una direzione se possibile ancora più radicale.
C’è inoltre la questione delle alleanze e dei territori. In Lombardia Lega e Pdl sono al governo insieme. Mentre in Parlamento i due partiti si ritrovano su fronti opposti. Le decisioni prese in Regione potrebbero essere ribaltate a Roma, non c’è alcuna garanzia che quanto votato al Pirellone possa poi trovare strada libera a Montecitorio o a Palazzo Madama.
Dentro i partiti, questa volta di entrambi gli schieramenti, prevalgono poi le logiche territoriali. Si è visto chiaramente l’altro giorno al termine dell’assemblea del Cal. Il sindaco e il presidente della Provincia di Varese, entrambi leghisti, hanno votato contro la delibera, rivendicando la propria autonomia. Al contrario, il presidente della Provincia di Sondrio e il commissario prefettizio di Villa Saporiti, anch’essi leghisti, hanno dato l’assenso alla proposta.
Il vulcanico presidente della Provincia di Varese, Dario Galli, ha addirittura annunciato di voler ricorrere al Tar contro un’eventuale scelta regionale che indicasse l’accorpamento con l’odiata Como. Un autentico guazzabuglio. Che testimonia come l’autoriforma della politica, in tempo di crisi, sia sostanzialmente impossibile. La forzatura del governo sui tempi è servita a dare uno scossone, ma non ha prodotto – quantomeno in Lombardia – il risultato atteso. L’impressione è che la stragrande maggioranza degli attori in campo sia sostanzialmente rassegnata a subire le decisioni di Palazzo Chigi. Non c’è la forza per opporsi alla “razionalizzazione” voluta dai professori. Il futuro (politico) è, per ora, nelle mani di pochi tecnici.

Dario Campione

Nella foto:
Il consiglio provinciale di Como potrebbe restare senza protagonisti ancora per lunghissimo tempo

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