Tutto ebbe inizio con la confessione di Narduzzo Messina

La storia – Quando lo Stato capì che il Nord era nel mirino
L’alleanza tra Cosa Nostra e le famiglie di ’ndrangheta in Lombardia raccontata da un pentito di mafia ai magistrati di Palermo

Anno domini 1992. L’anno delle stragi di mafia. L’anno in cui Cosa Nostra colpisce al cuore della Sicilia onesta uccidendo prima Giovanni Falcone e subito dopo Paolo Borsellino. Il 18 aprile, mentre le strade dell’isola sono percorse dalle processioni della settimana santa, la polizia arresta Leonardo Messina, conosciuto tra gli uomini d’onore con il soprannome di Narduzzo.
Messina è giovane. Ha 37 anni, alle spalle un paio di condanne per furto e reati minori. In galera non ci vuole tornare
. Decide di vuotare il sacco, chiede di parlare con Borsellino.
L’INCONTRO CON BORSELLINO
Il 30 giugno, 19 giorni prima che in via Mariano D’Amelio esplodesse l’inferno, Leonardo Messina mette a verbale le sue dichiarazioni. Borsellino fa in tempo a verificare che le affermazioni dell’uomo d’onore della famiglia di San Cataldo coincidono con altre raccolte da Falcone e che parlavano di un’infiltrazione della ’ndrangheta in Lombardia. Le dichiarazioni di Narduzzo aprono uno squarcio di luce sulla presenza delle cosche al Nord e su un’alleanza fino a quel momento sconosciuta tra la Cosa Nostra e le famiglie calabresi.
Il 17 novembre, sotto la guida del procuratore capo di Caltanissetta, Giovanni Tinebra che ha preso idealmente nelle mani il testimone dell’inchiesta lasciato da Paolo Borsellino, scatta l’Operazione Leopardo.
L’OPERAZIONE LEOPARDO
Messina che in riva al Lario aveva messo le basi di una fiorente joint venture tra mafia e ’ndrangheta, ha riempito pagine e pagine di verbali. Le sue rivelazioni portano all’arresto di 200 persone e culmineranno, alcuni mesi dopo, nella spettacolare azione Fiori della Notte di San Vito. È il 15 giugno 1994. Alle dichiarazioni di Narduzzo Messina si sono aggiunte quelle di altri pentiti: Salvatore Maimone, Calogero Marcenò, Saverio Morabito, Antonio Zagari. I magistrati hanno ricostruito nei dettagli la mappa dell’organizzazione mafiosa che si è insediata al Nord.
Come scrivono le cronache dell’epoca, «Fra le migliaia di meridionali risucchiati in Lombardia dal mito di un posto di lavoro si sono facilmente mimetizzati i commessi viaggiatori delle principali famiglie» mafiose «che hanno aperto “agenzie”, oltre che nell’area metropolitana, soprattutto nelle province a nord di Milano».
Centinaia di arresti
A Como le persone finite in carcere sono 213, a Varese 11, a Brescia 17. Oltre 300 i capi d’imputazione, i “rami” degli affari delle cosche: omicidi e sequestri, traffico d’armi e di droga, riciclaggio di denaro, racket. Alle attività illegali vanno aggiunti però gli investimenti per ripulire il denaro sporco: edilizia, turismo, finanza.
Con i Fiori della Notte di San Vito la polizia scardina l’intera organizzazione criminale che in Lombardia faceva capo al clan di Giuseppe Mazzaferro.
Secondo uno dei pentiti che ha condotto per mano i magistrati nel labirinto delle cosche, il gruppo criminale aveva tra l’altro progettato un attentato contro il vicequestore Carmelo Casabona, già nel mirino della mafia siciliana. Imponente la macchina messa in movimento dalle forze dell’ordine: 1.500 agenti, i quali notificano 370 ordini di custodia cautelare, quasi tutti eseguiti (117 furono consegnati a persone già detenute). Sessantadue gli avvisi di garanzia, due dei quali diretti a poliziotti infedeli.
PARLA ROBERTO MARONI
Nella conferenza stampa convocata a Milano per illustrare l’operazione il primo a parlare è Antonio Manganelli, oggi capo della polizia ma allora dirigente del servizio centrale operativo della polizia. «I fiori – dice ai giornalisti Manganelli – nel linguaggio delle ’ndrine sono i gradi degli affiliati. Questa volta, i fiori li abbiamo distribuiti noi». Per far capire quanto “pesa” il blitz e quale importanza magistratura, forze dell’ordine e politica attribuiscano agli arresti, si catapulta nel capoluogo lombardo anche il ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, entrato da poche settimane nel primo governo Berlusconi. Assieme a Maroni ci sono il capo della Polizia, Arturo Parisi, il comandante generale dei carabinieri, Luigi Federici, il comandante generale della guardia di finanza, Costantino Berlenghi e il direttore della Dia, Gianni De Gennaro.
Roberto Maroni è euforico. «Questa – dice – sembra essere la più grande operazione antimafia degli ultimi dieci anni e ha permesso di decapitare la ’ndrangheta in Lombardia».

Nella foto:
Paolo Borsellino raccolse per primo le dichiarazioni di Narduzzo Messina. Da quelle confessioni scaturì l’operazione “Notte dei Fiori di San Vito”

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