Tutto un mondo ruota attorno a una matita

Matteo Collura. Il noto giornalista culturale del “Corriere della Sera” si rivela un metodico che sa sempre dove vuole andare quando scrive Il suo prossimo libro in uscita da Longanesi in marzo sarà “La badante”
Dove amate dare vita alle vostre creazioni letterarie? Seduti alla scrivania? Rilassati sul divano? Tra gli alberi di un parco? Matteo Collura (foto), noto giornalista culturale del “Corriere della Sera” e scrittore, non ha dubbi. «Mi ritengo un tipo metodico. Però, siccome ho fatto per molti anni il giornalista, sono abituato a scrivere ovunque. Anche appeso un lampadario. E non è un modo di dire».
Ma quando lavora a qualcosa che non è da “cuocere e mangiare subito”?
«Il posto ideale per me è lo studio nella mia casa di Milano. Sulla mia scrivania ci deve essere sempre un vasetto di matite appuntite, con la punta in su. Questo perché scrivo al computer, ma tutte le correzioni le faccio sempre a matita. E quando inizio un nuovo libro, le prime pagine sono abituato a scriverle sempre a mano. Inoltre la mia casa è disseminata di taccuini e matite. Si trovano sul comodino in camera da letto, e anche nel bagno. Questo perché, quando ho un’idea, la trascrivo subito e poi ci lavoro nelle ore che ritengo più creative e più proficue».
Quali sono?
«La mattina dopo colazione – spiega Matteo Collura – fino a mezzogiorno, e poi dalle 15 in avanti. Di sera non scrivo mai, preferisco stare con gli amici o leggere. Eventualmente, prendo un appunto che sviluppo la mattina successiva. In altre parole, non sono uno che aspetta l’ispirazione. Mi siedo e scrivo. Semplicemente. La penso esattamente come Alberto Moravia, che soleva dire così: “Lavoro dalle 7 alle 12, tutti i giorni. Se l’ispirazione vuole venirmi a trovare, è la benvenuta».
Quali consigli dare a chi vuole scrivere?
«Più si legge e meglio si scrive. Sembra banale ripeterlo ma non è così. Perché più si conosce, meno concetti si usano. Più aggettivi si conoscono e più si corregge il tiro, si è più precisi. E non occorre leggere solo nell’ambito dei propri specifici interessi. È meglio leggere di tutto, perché si possono trovare ovunque buone idee. Io ad esempio per il mio nuovo libro ho letto opere di cucina e di viaggi, che non c’entrano affatto con la materia trattata».
Collura, si lascia prendere dall’ispirazione, quando la viene a visitare, o è un autore che sa perfettamente dove vuole andare?
«Se mi viene l’idea per un libro inizio a scriverlo e già so tutto, su come andrà a finire. Certo, durante la scrittura ci possono essere deviazioni e digressioni, ma devo avere ben fisso il punto di arrivo, ho già l’idea di dove voglio andare a parare».
Le regole basilari del giornalismo sono valide anche nella scrittura creativa?
«Lo scopo è arrivare a quanti piu lettori possibile, e perché questo possa avvenire il testo deve essere comprensibile, devi entrare subito in argomento, senza cercare parole difficili. Non c’è niente del nostro pensiero, per quanto possa essere contorto, articolato o sofisticato, che non possa essere scritto. E se non c’è modo di farlo, allora vuol dire che quell’idea non valeva la pena di essere tradotta in scrittura. L’importante è sempre comunicare, non dimostrare la propria bravura usando, magari, concetti astrusi o paroloni».
Il libro cartaceo avrà futuro? Cosa pensa del digitale?
«Il digitale mi interessa molto. E lo dico ben sapendo che, nato nel 1945, ho vissuto l’epoca piu bella del giornalismo e della letteratura nella loro dimensione “cartacea”. Detto ciò, oggi, come non guardare avanti? Al centro, rimarrà sempre la parola scritta, sia essa su carta o su tablet. E poi il libro nel formato in cui lo conosciamo non tramonterà mai. Da quando furono sfornati i primi incunaboli con i caratteri mobili nel ’400 a oggi non ha ancora trovato validi sostituti, e io credo che non ne troverà mai, perché è un oggetto perfetto e come tale non è suscettibile di aggiustamenti. Forse, in futuro, saranno meno coloro che lo useranno, ma troverà sempre moltissimi estimatori».
Cosa sta leggendo in questo momento?
«Un libro che considero “di ricreazione”, come il buon vino che ti danno dopo una passeggiata in montagna. È un’opera di Bonaventura Tecchi, degli anni ’50. Si intitola Tarda estate e lo ha appena ripubblicato Santi Quaranta di Treviso. Che eleganza, una prosa dal passo così sereno che fa vedere le cose come se nascessero in quel momento. Con occhi nuovi. Come fece papa Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 indicando la Luna di fronte a 100mila persone, quando pronunciò la celebre frase: “Si direbbe che persino la Luna si è affrettata stasera – osservatela in alto – a guardare a questo spettacolo”. Molti così la videro per la prima volta. La letteratura deve avere questa funzione».
Il suo nuovo libro?
«L’ho appena consegnato a Longanesi. Uscirà il prossimo marzo e si intitolerà La badante. Non ha nulla a che fare con i libri che ho finora realizzato. Mi occuperò di un aspetto sociale di grande importanza oggi, il mondo degli anziani».

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