UFFICIALE: scattato il super tempo di lavoro | Devi sgobbare per 19 ore al giorno: tutto legale

Lavoratore stanco (Canva) Corrieredicomo.it
Devi lavorare per 19 ore al giorno, il tempo di lavoro si allunga e supera ogni limite. Ecco cosa sta succedendo secondo questo lavoratore.
Quanto può resistere un corpo umano a ritmi di lavoro che superano ogni limite di sopportazione?
Esistono situazioni in cui le giornate diventano infinite, scandite solo da ore di fatica.
Non si parla di eccezioni, ma di abitudini radicate in settori dove i diritti sembrano un miraggio.
Il racconto di chi ha vissuto questa condizione svela come il tempo, a volte, non cambi davvero nulla.
Il tempo infinito che sembra non finire mai: 19 ore di lavoro
C’è un’immagine che torna costante nelle storie di chi ha iniziato a lavorare giovanissimo: giornate interminabili, poche pause, paghe che a malapena bastavano per sopravvivere. Per molti ragazzi degli anni Sessanta e Settanta, l’ingresso nel mondo del lavoro avveniva troppo presto, spesso prima ancora di aver compiuto la maggiore età. L’Italia di allora viveva una stagione di trasformazioni economiche, ma nelle cucine di ristoranti e pizzerie si consumava una quotidianità fatta di sfruttamento e sacrifici.
Il fenomeno non si limitava al semplice orario esteso: mancavano i contributi, i contratti erano inesistenti o falsati, e il futuro previdenziale dei giovani lavoratori restava appeso a un filo. Molti di loro non potevano permettersi di protestare, perché lo stipendio, per quanto misero, era necessario a sostenere intere famiglie. Quello che colpisce è la somiglianza tra quelle esperienze e quanto accade ancora oggi in diversi settori stagionali, soprattutto nel turismo e nella ristorazione.

Dalle cucine degli anni ’60 alle strutture ricettive di oggi
La testimonianza di un ex lavoratore pugliese, iniziata quando aveva appena 14 anni, è un viaggio nel cuore di un sistema che, decenni dopo, appare immutato. Turni di diciannove ore quotidiane, stipendi di poche decine di migliaia di lire, contributi mai versati: queste erano le regole non scritte che costringevano intere generazioni a prolungare la propria vita lavorativa ben oltre il necessario. La storia non appartiene solo al passato. Oggi, negli alberghi e nei ristoranti sparsi lungo la penisola, si ripetono dinamiche simili. Giovani assunti con contratti part-time si trovano in realtà a coprire turni pieni, senza giorni di riposo e con buste paga ben diverse da quelle promesse.
C’è chi lavora dalle 12 alle 19 ore al giorno come receptionist o chi si ritrova a fare il doppio delle mansioni pattuite, scoprendo solo alla fine che la paga concordata era un’illusione. Il problema non è isolato. Storie di stagionali costretti a rinunciare a parte dello stipendio, di pagamenti ritardati e di contributi mancanti sono la fotografia di un settore che, nonostante le leggi, continua a poggiare su forme di sfruttamento. Eppure, ci sono anche esempi positivi: ristoratori che scelgono di rispettare i diritti dei dipendenti, consapevoli del valore del lavoro e della dignità delle persone. Una minoranza che dimostra come sia possibile un modello diverso, lontano da logiche di profitto a tutti i costi.