Un anno di sacrifici, non abbassiamo la guardia

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di Mario Guidotti

Un anno fa si abbatteva il Covid sulla nostra nazione. Qualcosa che credevamo lontano, appartenente ad altri Paesi e luoghi era anche tra di noi. Eravamo tutti certi che sarebbe andata come la Sars, l’aviaria, la suina, influenze più serie ma che si sarebbero diluite nel pianeta e non ci avrebbero mai toccati. Poi è arrivata Codogno e abbiamo detto: tranquilli ora trovano il paziente zero (chissà poi perché zero e uno, e non uno e due, ma è irrilevante) e la risolviamo con un bell’isolamento. Poi Alzano, Nembro, altri casi sparsi ed infine gente nel nostro Pronto Soccorso con febbre e asfissia. I primi ricordi sono caotici: rivoluzioniamo tutta la zona dell’Emergenza, dedichiamo letti, formiamo un comitato tecnico scientifico interno. La Farmacia si allarma per trovare i dispositivi di protezione individuale, con grande cautela per paura di assembramenti facciamo microcorsi per imparare ad indossarli, anzi carichiamo su Intranet dei tutorial. Gli pneumologi, con internisti e rianimatori disegnano delle linee guida. Sì, perché nessuno sapeva niente, o comunque molto poco. In due settimane l’ospedale si riempie di casi Covid, tre piani vengono dedicati.

Ma come tutelare i restanti malati, quelli con ictus, infarto, tumori? I malati chirurgici, le partorienti, i bimbi?  E come proteggerli dalle infezioni? Parallelamente iniziano ad ammalarsi anche medici, infermieri, suore, operatori, amministrativi. Si decide di chiudere alcuni reparti per concentrare le risorse. Non bastano. Saltano i turni e si decide per guardie interdivisionali, anzi interdipartimentali. Tutti devono fare (quasi) tutto. Arrivano poi notizie di colleghi malati, alcuni in rianimazione, altri deceduti. Decidiamo di isolarci dai nostri cari, chi non ha spazi va a vivere in altre case. Nel frattempo ci si rivolge alla generosità di Como per avere un flusso di cassa immediato per acquistare farmaci e dispositivi, perché è interrotta la restante attività ambulatoriale che porta denari.

I comaschi rispondono oltre ogni aspettativa e sorreggono gli acquisti di moduli per ampliare la Terapia Intensiva e restanti approvvigionamenti.

Chi non può andare in corsia cerca finanziatori, organizza i turni, tiene i rapporti con l’esterno, chiama i parenti, perché l’ospedale si chiude come una fortezza, con un solo varco di accesso, quello delle ambulanze, che formano una fila. L’ora più buia? Il feretro della suora Superiora salutato in distanza da tutti in giardino in lacrime per il divieto anche di un funerale.

Ma non sono stati da meno altri momenti: il messaggio alle 6 del mattino che stanno finendo farmaci indispensabili ai rianimatori e la telefonata del sindaco per aiutarci a liberare le salme, immagine non diversa dai carri militari a Bergamo.

Da allora molte cose sono cambiate, sappiamo curare meglio la malattia, abbiamo il miracolo dei vaccini, ma non ne siamo ancora fuori. Ce ne sarà ancora per un pezzo,  alleggerire l’attenzione adesso sarebbe il modo peggiore per ricordare i tanti sacrifici.

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