Un anno fa l’omicidio Brambilla

Delitto dell’armeria – Il profilo umano della vittima di Alberto Arrighi
La moglie Domenica Marzorati: «Vi racconto chi era veramente mio marito»
Domenica Marzorati è una bella donna, forte e coraggiosa. Suo marito, Giacomo Brambilla, imprenditore nel ramo dei distributori di carburante, è stato ucciso da Alberto Arrighi esattamente un anno fa, il 1° febbraio 2010. Il suo corpo fu straziato, la testa mozzata e messa a cuocere nel forno della pizzeria di Emanuele La Rosa, suocero di Arrighi, nell’intento di impedire il ritrovamento e l’identificazione del cadavere.
Dodici mesi dopo quell’orrore, Domenica accetta di raccontare chi era Giacomo, sposato nel 1996 e con il quale ha avuto un figlio, oggi tredicenne.
È toccato a lei dirgli che il papà era stato ucciso.
Il nostro incontro avviene nello studio legale dell’avvocato Anna Maria Restuccia, che assieme al collega Fabio Gualdi, tutela i suoi interessi.
Domenica parla con semplicità e con proprietà di linguaggio. Non nasconde che, ultimamente, i suoi rapporti con il marito si erano

guastati. Lui aveva un’altra donna. Non rinuncia però a difenderne la memoria.
Venerdì prossimo l’omicida di Giacomo Brambilla comparirà in tribunale per l’udienza del processo con rito abbreviato che lo vede imputato. Il nostro accordo prevede che non si parli di questo argomento.
Signora, come ha vissuto questo anno dalla tragica morte di suo marito?
«È stato un incubo e non mi sembra ancora vero che sia accaduto tutto quello che si sa. Non dormo molto. Il pensiero corre sempre lì. In me c’è tanto dolore. E c’è anche tanta rabbia, sentimento che è peggio del dolore perché questo, a contatto con i propri cari, concede frammenti di serenità. La rabbia no. Ma io ho imparato a indossare una maschera. Mio figlio ha 13 anni e non deve vedere la mamma soltanto soffrire. È lui la mia forza».
Come lo aiuta ad affrontare questa realtà così dura?
«È difficile, ma noi tutti abbiamo molto da imparare dai ragazzi. Loro sanno accantonare il dolore. Parliamo del papà, ricordandolo nei momenti belli, nelle gite fatte assieme. Incominciamo a guardare le fotografie dei momenti felici vissuti tutti insieme. Mio figlio ha una grande forza e io gli dico: “Ci sta aiutando papà”».
Che tipo era suo marito?
«Era un ragazzo solare. Amava la vita in modo meraviglioso. Ed era generosissimo, soprattutto con gli amici. Gli piaceva praticare vari sport. Era un ottimo padre e dedicava tanto tempo a nostro figlio. Era anche un grande lavoratore».
Com’era nata in lui la singolare passione per il presepe?
«L’aveva fin da ragazzino. Aveva ancora la prima capanna acquistata con i suoi genitori. In qualche occasione aveva realizzato presepi anche nei suoi distributori. Poi è venuto quello stupendo e immenso di Colonno. Gli piaceva la storia, amava rappresentare tutti i lavori di un tempo. Questa attività gli dava pace e serenità. Aveva iniziato a coinvolgere anche nostro figlio».
Voi eravate separati, ma restavate in contatto proprio per vostro figlio.
«Sì, eravamo separati da poco tempo, da soli venti giorni. La nostra è stata una separazione pacifica. Io avevo scoperto che Giacomo aveva un’altra e non ero certo disposta ad accettare questa situazione. Gli avevo detto di prendere tutto il tempo che gli serviva per fare chiarezza, prima di tutto dentro di sé, e poi per scegliere. Vivevamo un momento di pausa. Per carità, quando una coppia entra in crisi non è colpa di uno solo dei due. Non l’aveva ancora detto ai suoi genitori. Lui veniva tutti i giorni da noi a colazione e a pranzo. L’avevo visto piangere più di una volta. Giacomo non era un menefreghista. Il 1° gennaio disse che voleva riconquistare la sua famiglia. Non era una passeggiata e, purtroppo, non ne abbiamo avuto il tempo»
Come le sembrava suo marito negli ultimi giorni in cui l’ha visto? Nulla che potesse far presagire quanto poi è accaduto?
«Coglievo soltanto la sua preoccupazione per le cause che aveva in corso con la Shell, di cui era concessionario. Sono sicura che si fidasse al cento per cento di Alberto. Lui non avrebbe mai fatto male a nessuno».
Che idea si è fatta della fine di suo marito?
«È morto per una questione esclusivamente economica. Il movente, per chi l’ha ucciso, è stato il denaro… Guardi, anche mio marito era armato. Era appassionato di armi ed era nata così l’amicizia con Arrighi. Forse per questo era entrato in società con lui. Si conoscevano fin da ragazzi».
Com’è stato il vostro ultimo incontro? Cosa vi siete detti?
«Quel 1° febbraio di un anno fa uscì di casa verso le 14.20 dopo aver mangiato con noi. Disse che ci saremmo visti o sentiti quella stessa sera. Diede un abbraccio a nostro figlio e se ne andò».
Che impressione le ha fatto vedere Alberto Arrighi in Tribunale per l’udienza preliminare lo scorso 30 dicembre?
«Ho perso dieci anni della mia vita… Per tre giorni non sono riuscita nemmeno a mangiare. Per me è stato peggio di un funerale. Arrighi era distante da noi un paio di metri. Mi ha lanciato uno sguardo. Aveva intorno sette guardie. C’era tanta tensione, ma non c’è stato bisogno di alcun richiamo».
Cosa pensa del cambiamento che l’imputato dice di aver avuto in carcere, riscoprendo la preghiera?
«Ognuno ha il suo percorso. Io, personalmente, non penso che ci si possa avvicinare così a Dio, senza prima chiedere perdono a chi è stato offeso. Alberto Arrighi non ha mai chiesto scusa nemmeno ai genitori di Giacomo, due persone anziane che hanno avuto un figlio distrutto così… Ecco, io credo che il suo percorso sia stato troppo breve».
Lei sarebbe disposta a perdonare l’omicida?
«Dopo quello che mi è accaduto ho imparato a non dire la parola “mai” per niente. Il nostro percorso è difficile. In questo momento la mia risposta sarebbe no. Ma forse, se io riuscissi a colmare tutta la rabbia che ho dentro… Però, se penso al futuro di mio figlio… Posso solo dire che provo dolore e rabbia, ma non odio. Faccio fatica anche a pregare, pure nell’approccio con la Chiesa… Ma non siamo freddi e indifferenti verso il dolore altrui, qualunque esso sia. Mio figlio dà la pace con una mano sulla spalla a un amico che magari ha un problema a scuola. Non si sente vittima. È cresciuto molto. Non ha più 13 anni. Non piange per un brutto voto e, per fortuna, riesce bene negli studi».
Lei non ha mai avuto contatti con la famiglia di Alberto Arrighi?
«No. E qualcosa mi aspettavo».
Nell’ottobre 2009 Giacomo Brambilla si era proposto come finanziatore dell’attività di Alberto Arrighi in cambio di una quota minoritaria nell’azienda. La trattativa si trascinò fra alterne vicende fino a gennaio 2010. I commercialisti delle due parti sapevano che si trattava del 30% dell’armeria. Poi le quote si estesero, sempre a livello di ipotesi, al 70 e al 95%, fino al 29 gennaio 2010, due giorni prima dell’omicidio.
Signora, lei ha reagito molto duramente alla tesi del consulente della difesa, secondo cui suo marito sarebbe stato un “usuraio”. Secondo lei perché dava soldi ad Alberto Arrighi?
«Escludo assolutamente che Giacomo fosse uno strozzino, anche se qualcuno ha voluto descriverlo così. Era un bravo ragazzo, soltanto troppo generoso. E io glielo dico idealmente, in modo colorito, ogni volta che vado a trovarlo al cimitero. Dava soldi ad Arrighi per aiutarlo. Come ho avuto modo di dire, anche mio marito era appassionato di armi e gli piaceva l’idea di mettersi in società con un armaiolo che considerava suo amico. Quel denaro dato ad Arrighi, probabilmente, era anche una conseguenza della causa che Giacomo aveva con la Shell. Io penso che abbia trattenuto soldi che non voleva perdere e li abbia poi girati ad Alberto Arrighi».

Nella foto:
Domenica Marzorati e Giacomo Brambilla durante una gita in montagna. La coppia si è sposata nel 1996. Dalla loro unione è nato un figlio

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