Un “capitolo” di città come poesia visiva tessuta con la luce

L’opera
Una serie di dipinti intitolati semplicemente Como, seguiti dalla numerazione romana “I, II, III…” vanno a costituire, “letti” in sequenza, una sorta di romanzo. Ciascun olio su tela è un preciso capitolo (qui accanto “Como VI”) in cui luce e forma narrano una città rarefatta eppure allo stesso tempo straordinariamente vivida. Sono così i soggetti di Stefano Venturini: ombre dense di cose e persone, atmosfere piene di luce in un tempo che pare sospeso. Superfici che si fanno piazza, spazi aperti con gente che passa, o ristà immobile, una bicicletta poggiata al muro, una giovane donna assorta nella lettura. Tutti insieme paiono emergere da un sogno, icone sfuggenti di una agorà effimera. Uno sfumare di bianchi e grigi ingloba anonimi volti che si sfiorano impercettibilmente.
Nel linguaggio stilistico di Stefano Venturini, la luce ha un ruolo decisivo: che piova dall’alto, che si faccia largo dal fondo di una via o che si insinui tra le mura dei palazzi è lei a dare corpo alle strade di Como, a disegnare le ombre, che, al contrario di quel che accade nella caverna di Platone, paiono le uniche ad avere il diritto di realtà. La luce ha pure la preziosa funzione di fondere insieme natura e artificio. Pareti, finestre, mura fanno un tutt’uno con l’umano. Una simbiosi di pietra e carne che la pittura di Venturini restituisce come poesia visiva.
«I suoi “paesaggi” esprimono l’immediatezza dell’esperienza visiva – ha scritto Elena Di Raddo – La folla rende anonime le persone, ne appiattisce le caratteristiche individuali: così le loro fattezze appaiono sfocate, sfuggenti, come gli attimi distratti delle nostre giornate. Il movimento, che non è quello fisico, ma quello psicologico dell’élan vital nietszchiano, coinvolge il singolo uomo e lo porta a farsi parte di un tutto, la folla, appunto».

Katia Trinca Colonel

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