Un grande studioso appassionato della vita: omaggio a Giorgio Luraschi

Giorgio Luraschi

Ha lottato come un leone sino alla fine prima di arrendersi al male che lo tormentava da anni. E, scherzando ma non troppo, Giorgio Luraschi insisteva perché sulla propria tomba ci fosse la lapidaria incisione: “Ve l’avevo detto”. Era il suo modo per esorcizzare la leucemia che lo aveva costretto a ben due trapianti di midollo osseo e ritardare quel momento. L’altra modalità con la quale guardava avanti era semplicemente la sua straordinaria passione per la vita. Lo sanno bene Licia e Simona, rispettivamente figlia e moglie in seconde nozze del docente di Storia del diritto romano che se n’è andato il 6 luglio 2011 a 68 anni d’età, lasciando anche due gemellini, all’epoca di appena dieci mesi, avuti da Simona: Giulio Cesare e Lucio Pio.
Nel 2012 il Comune di Como gli ha attribuito l’Abbondino d’Oro alla memoria: prima assoluta per l’assegnazione della massima benemerenza cittadina con questa formula. Il 2 febbraio 2013, a Villa Olmo, la cerimonia di consegna. Quando pareva che gli venisse assegnato già nel 2011, pianse e disse alla moglie: «Pensare che i miei bambini sapranno che il loro papà l’ha ricevuto è il regalo più bello del mondo».
Luraschi è stato uno studioso arguto e mai pedante, ricco di molteplici interessi, amico di tanti e opinionista del “Corriere di Como”, sul quale è più volte intervenuto. Lo si chiamava al telefono ed era sempre disponibile a dire la sua, o comunque a incoraggiare le altrui riflessioni. La figlia Licia ricordò in un’intervista la sua voglia di muoversi e di viaggiare: «Mi ha sempre trasmesso grande curiosità per la scoperta di cose nuove: dagli scavi archeologici allo sfrenato tifo calcistico per il Genoa. Con lui ho girato per mezza Italia fin da piccola».
La moglie Simona, dal canto suo, sottolineò la massima che Luraschi era solito ripetere prendendo in prestito l’epigramma di Marziale: “Non est vivere sed valere vita est”, manifesto del suo modo di intendere l’esistenza: «Il suo vivere con la passione per la vita, vivere a mille, in casa, nell’insegnamento, in vacanza». E Sergio Lazzarini, docente di Diritto romano all’Università dell’Insubria, confermò: «Non era un topo di biblioteca. Nonostante dedicasse molto della sua vita a studi, ricerche e docenze universitarie, non ha mai trascurato la sua vita privata, la famiglia, gli amici e le passioni». Nato a Genova il 23 settembre 1942, era approdato a Como quando aveva appena tre anni. Amava dire che non avrebbe potuto vivere da nessun’altra parte e affermava: «Capisco Giulio Cesare quando decise di fermarsi qui». A suo dire, l’influenza ligure su Como è fuori discussione. I Liguri giunsero sul Lario un millennio prima della venuta di Cristo e avrebbero lasciato un segno evidentissimo nel carattere locale: «La serietà, la tenacia, la musoneria, un po’ della loro taccagneria».
Poi fu la volta degli Etruschi, dei Celti e, infine dei Romani. Sentirlo raccontare da Giorgio Luraschi era puro godimento, tanto rendeva appassionante e vivo il racconto, pur nel rigore dello storico.
Diplomato al Liceo classico “Alessandro Volta”, fu presidente dell’associazione degli ex alunni. Laureato con 110 e lode alla Statale di Milano in Giurisprudenza nel 1966, iniziò a insegnare nel 1972 all’università di Pavia dove rimase per 26 anni, con una breve presenza a Parma. Dal 1983 insegnò anche alla Cattolica di Milano. Nel 1994 fu tra i fondatori di Giurisprudenza a Como, dove scelse di tornare, diresse l’istituto di Scienze giuridiche, entrò nel consiglio d’amministrazione dell’Università dell’Insubria e si impegnò strenuamente per trasferire la sede nei chiostri di Sant’Abbondio.
Insegnò Storia e istituzioni di diritto romano; è stato direttore della “Rivista archeologica dell’antica Provincia e Diocesi di Como” e ispettore onorario della Soprintendenza ai Beni archeologici della Lombardia. Numerose anche le sue pubblicazioni, soprattutto sulla storia antica del Comasco: “Storia di Como antica” è appunto una di queste.
Fece scavi in Spina Verde, tra questi la Fonte Mojenca, una struttura in pietra costruita in età protostorica allo scopo di canalizzare le sorgenti d’acqua. Era orgoglioso di avere discepoli, li chiamava proprio così e non “studenti”. Sperava di lasciare loro qualcosa. Ne aveva mille e calcolava: «Se uno di loro torna per dirmi che il mio insegnamento gli è servito, sono ripagato».
Luraschi aveva compiuto anche studi religiosi, appassionandosi in modo particolare alla Sacra Sindone in occasione della sua ostensione nel 1978. Fece ricerche sulla sua origine e ne divenne un esperto fino a scriverne un saggio, “La Sindone alla luce della ragione”, esponendo una serie di motivi a favore dell’autenticità del sudario in cui sarebbe stato avvolto il corpo di Gesù.
Tanti gli aneddoti sul suo conto. «In occasione del secondo trapianto dovette stare per dieci giorni in totale isolamento – rievocò la figlia Licia – Ci dissero che avrebbe potuto portare con sé un libro che sarebbe stato sterilizzato con un procedimento complesso e costoso. Mio padre, sotto lo sguardo incredulo di medici e infermieri, scelse il “Giulio Cesare” di Christian Meier, un libro di oltre cinquecento pagine che aveva già letto più volte».
Proverbiale la sua passione per il calcio e per il Genoa. Quando, nel marzo del 1992 i rossoblù dovevano incontrare il Liverpool per i quarti di finale della Coppa Uefa (oggi Europa League), Giorgio Luraschi, che all’epoca era docente all’Università Cattolica di Milano, non voleva mancare quell’appuntamento per nulla al mondo.
Per liberarsi dagli impegni nell’ateneo di largo Gemelli finse un convegno in Inghilterra. La sera del 18 marzo il grifone fece l’impresa: fu la prima squadra italiana ad espugnare lo stadio Anfield Road, ma un malefico fermo-immagine della telecronaca Rai mostrò per qualche secondo Giorgio Luraschi proprio lì, inequivocabilmente bardato di rossoblù. I suoi studenti proiettarono il filmato in un’aula della Cattolica.
Qualcuno molto in alto non gradì e chiamò a rapporto il professore, chiedendogli conto del… convegno. Luraschi recitò la lezione, ricca di particolari, che si era preparato, ma a un certo punto fu interrotto da un severo e ironico: «Ho visto, ho visto…». Mai come allora sentì di essere stato vicino a perdere il posto.
Di Como, che pure amava tanto, disse: «È vittima di una paralisi progressiva e, in alcuni settori, è addirittura in stato di avanzata decomposizione». E la colpa, a suo dire, è di tutti: cittadini sempre critici e che rifiutano le novità, imprenditori e amministratori pubblici.
Sosteneva che i comaschi considerano l’università una fabbrica di disoccupati. «E questo è grave – aggiungeva – perché nel futuro di Como io vedo soprattutto l’università», che potrebbe rilanciare turismo, cultura e ambiente.
Si arrese alla malattia nel pomeriggio del 6 luglio 2011, nel reparto di Oncologia dell’ospedale Sant’Anna di San Fermo della Battaglia, dov’era ricoverato da tre giorni in condizioni critiche. Aveva 68 anni.
Al funerale, nella basilica di Sant’Abbondio, una sua foto portata dagli studenti campeggiava sul portone della chiesa; la sciarpa del Genoa sulla bara. Numerosissimi i giovani. Don Giorgio Cristiani raccontò: «Era solito dire che era un peccatore, ma aveva fiducia nell’amico Gesù».
Nella sede universitaria di Sant’Abbondio e a Villa del Grumello si è tenuto un convegno su “Studi di storia, epigrafia e diritto” in sua memoria il 25 e il 26 maggio 2012 con cattedratici di vari atenei italiani. Nel 2018 sono stati pubblicati gli atti di quel convegno, “Incorrupta Antiquitas”.
L’Università dell’Insubria gli ha dedicato la Biblioteca di diritto romano e di antichistica, che conta quasi 23mila titoli.

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1 Commento

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    Raffaella , 8 Luglio 2020 @ 21:44

    Complimenti per l’articolo.
    Mi ha fatto tornare con la mente all’anno accademico 1998/1999 quando, nell’Aula Magna del Gallio, il prof. Luraschi teneva le sue lezioni.
    Tutti noi studenti sentimmo subito la sua passione per la vita e il suo amore per la città di Como.
    Un ricordo bellissimo.
    Grazie.

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