Un grazie a Tabucchi da un “collega” comasco

Ho conosciuto Antonio Tabucchi nel maggio del 2004 a Torino, al Lingotto.
Lui aveva 60 anni e io 31.
Gli chiesi se potevo lasciargli il libro “Sul confine” che avevo presentato alla Fiera come piccolo specchio dell’epopea comasca degli spalloni nel dopoguerra.
Rimasi affascinato dalla sua gentilezza e inaspettata attenzione verso un giovane scrittore sconosciuto, perché mi chiese di dedicarglielo, dicendo: «Apprezzo sempre chi mi regala dei libri». Rimanemmo in contatto scambiandoci gli auguri per Natale e tornai a rivederlo l’anno successivo a Mantova, al Festival della Letteratura.
Dopo un’intervista in radio a Fahrenheit, nonostante la folla, mi riconobbe e si ricordò della storia dello spallone dicendo: «Hai colto il paradosso di quell’epoca. Il contrabbando, un mestiere illegale? Illegale era essere nati nella fame e nella miseria della guerra».
Ci salutammo con affetto. I suoi auguri di Natale in un biglietto che conservo ancora non tardarono neanche quell’anno. Abbiamo poi condiviso in silenzio in questi anni quella malattia e il mistero a cui conduce. Avevo riletto in portoghese, quasi un presentimento, con commozione proprio alcuni giorni addietro “Afirma Pereira”, il libro che Roberto Faenza, Marcello Mastroianni, Ennio Morricone, Dulce Pontes consacrarono in un’opera d’arte cinematografica di rara poesia. Oggi, come allora, di fronte a un autore di una umanità straordinaria, mi sento come l’italiano Monteiro Rossi, chiamato a dover scrivere il necrologio di un grande scrittore, ove le “ragioni del cuore”, confuse tra politica e giustizia, faticano ancora oggi a essere pubblicate.
Ma sono grato a Tabucchi anche per aver fatto conoscere in Italia Fernando Pessoa e di averne reinterpretato, attingendo alla magia lusitana per l’introverso e l’equivoco, la molteplicità delle anime presenti in ogni uomo, il mistero della creatività in “Autobiografie altrui”, l’arte antica degli appunti di viaggio in “Notturno indiano”, il coraggio della denuncia dei soprusi dello stato di Polizia in “La testa perduta di Damasceno Monteiro”, i cui echi in parte riconosco nei miei scritti.
In comune portavamo i baffi e l’amore per la letteratura portoghese, l’aver sposato una donna del Portogallo, l’aver navigato tra le isole atlantiche delle Azzorre sino a Horta, nell’isola di Faial dove hai scritto “Donna di Porto Pim”.
Omaggio a te, Antonio, che hai saputo trasmettere uno dei valori più grandi della letteratura, ossia quello che scrivere, e quindi vivere, è, innanzi tutto, un impegno morale “per fare un po’ di bene a questo mondo sofferente”.
Adeus e obrigado amigo meu.
Alberto Anzani

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