Un magistrato antimafia anche in Canton Ticino

Lugano piazza della Riforma con Municipio

Un magistrato antimafia pure in Canton Ticino. Nonostante i reati commessi dalla criminalità organizzata siano di competenza federale, il ministero pubblico ticinese (l’equivalente delle nostre Procure della Repubblica territoriali) ha deciso di assegnare a uno dei propri inquirenti la funzione di «magistrato di riferimento» per i reati di tipo associativo.
La notizia è stata confermata dal governo di Bellinzona nella risposta a un’interrogazione presentata sul tema dal deputato liberale radicale Matteo Quadranti.
«A livello cantonale – si legge nel documento – vi è un magistrato che funge da Single Point of Contact (Spoc) a beneficio delle forze di polizia». Un punto di contatto che dovrebbe essere attivato qualora vi fosse una notizia di reato commesso con le modalità mafiose.
Non si può ancora parlare di pool antimafia, perché sarebbe eccessivo. Ma sicuramente oltreconfine qualcosa cambia nel modo di affrontare la questione.
Il sistema elvetico di contrasto ai gruppi criminali organizzati è molto diverso da quello adottato in Italia. Le autorità di Berna non hanno ancora avviato un vero e proprio piano d’azione nazionale antimafia; la polizia federale e le polizie cantonali da tempo però collaborano su diverse inchieste. Entro breve, secondo quanto dichiarato ancora pochi mesi fa dal ministro elvetico della Giustizia e della Polizia, Karin Keller-Sutter, dovrebbe anche essere formato un gruppo di lavoro nazionale sul crimine organizzato, gruppo del quale farà parte il comandante della polizia cantonale ticinese, Matteo Cocchi.
Di certo, come indicato dal governo di Bellinzona in diversi atti parlamentari, «per contrastare il fenomeno mafioso la Polizia cantonale monitora costantemente i settori a rischio di infiltrazioni mafiose, come pure le persone che potrebbero avere relazioni o legami con organizzazioni criminali e che potenzialmente potrebbero mettere a rischio la sicurezza e l’ordine pubblico».
Negli ultimi anni, «il lavoro di coordinamento e collaborazione con i vari enti cantonali, federali e internazionali ha anche permesso l’adozione di misure amministrative nei confronti di cittadini stranieri che rappresentavano dei collegamenti di vario genere ed intensità con organizzazioni criminali. In 12 casi è stato emanato un divieto d’entrata in Svizzera, mentre in altri 25 casi è stata pronunciata la revoca (o il rifiuto in prima istanza) del rilascio o del rinnovo del permesso per stranieri».
A questi provvedimenti si aggiungono pure «2 espulsioni e ulteriori 22 proposte di emissione di un divieto d’entrata in Svizzera, sottoposte dalle autorità ticinesi alle competenti autorità federali e tuttora in attesa di decisione definitiva».
A tutto questo va aggiunta la presenza, dal 1° dicembre dello scorso anno, di una «antenna» della stessa polizia federale a Lugano-Besso, «un gruppo di lavoro per la trattazione di casi legati alla criminalità organizzata».

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