Un mese senza Borgonovo. E la Fondazione finanzia una ricerca su Sla e calcio

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Chantal Borgonovo La vedova dell’ex attaccante del Como dialoga con Alessandra D’Angiò
«Per trovare una cura ci vorranno anni. Chi cerca miracoli si rivolga altrove»

(p.an.) La voce si rompe soltanto alla fine della lunga intervista ad Etv, quando la giornalista Alessandra D’Angiò le chiede cosa avrebbe voluto dire a Stefano prima che chiudesse gli occhi per sempre. Chantal Borgonovo è una donna forte, lo è sempre stata. E a un mese dalla scomparsa del marito si presenta con la sua pacatezza e semplicità davanti alle telecamere di Etv. «Stefano ci ha lasciato per una complicanza della malattia – dice – che sapevamo poteva accadere anche se fosse stato ricoverato

in ospedale. Forse è stato meglio così. Per me e per Stefano, che aveva trascorso quel pomeriggio del 27 giugno come una giornata normale. Aspettava di vedere la partita. Poi qualcuno ha guardato giù».
Chantal e Stefano sono stati assieme 31 anni. «Quando l’ho conosciuto ne avevo 15 – ricorda – ero una ragazzina. Con lui ho vissuto tutti i passaggi importanti della mia vita, sono cresciuta. Ci siamo sposati giovanissimi. Abbiamo avuto quattro figli. Così ora, dopo gli ultimi sette anni in cui la malattia mi ha impegnato ad assistere Stefano 24 ore su 24, oggi non mi rendo ancora conto di cosa possa voler dire ricominciare senza di lui». La moglie dello sfortunato calciatore di Como, Fiorentina e Milan proprio nell’ultimo anno aveva scelto di dedicarsi completamente all’assistenza del marito.
«Per curare i malati di Sla servono le persone giuste e così ci pensavamo io e mia sorella. Ancora non ho realizzato del tutto la sua scomparsa. Spesso credo che sia ancora lì, nella sua stanza. La sua presenza, del resto, era così cambiata negli ultimi sette anni. È difficile da spiegare. Non era più lo Stefano che girava per casa, la persona con cui discutere la sera, che si metteva a tavola e che ritrovavo nel letto con me».
Eppure il dialogo e la complicità tra Chantal e Stefano non era certo stato minato dalla malattia, “la Stronza”, come chiamava Stefano la Sclerosi amiotrofica laterale.
«Stefano era eccezionale per definire le cose. Anche nei suoi articoli per la “Gazzetta” era sempre pungente. E quella era un malattia subdola, che ti mangia fino a portarti alla morte. La Sla è mortale, non esiste cura, un modo per tenerla in standby. E questo Stefano l’ha sempre saputo».
Lo sapevano Stefano e Chantal quando, in una stanza del reparto di Rianimazione, decisero di dare vita alla Fondazione Borgonovo per la ricerca contro la Sla.
«Era il 5 maggio del 2008. Aveva avuto un crisi respiratoria. Fortunatamente era già ricoverato al Niguarda e lo presero per i capelli. Il suo ex procuratore disse che avrebbe organizzato una partita per lui a Firenze. In settembre annunciammo la malattia di Stefano e, in ottobre, la Fondazione era una realtà. Non siamo l’unico ente che promuove la ricerca, c’è chi opera da anni con grande serietà. Ma Stefano era famoso, veniva da un mondo come quello del calcio. Così oggi se si parla della malattia tutti pensano a Stefano. Il successo della Fondazione si deve anche alla sua serietà e determinazione, che non ha mai perso».
E la Fondazione prosegue anche con la scomparsa di Stefano.
«Lui avrebbe voluto così. Abbiamo un progetto per una ricerca epidemiologica sul rapporto tra calcio e Sla con l’Istituto Mario Negri. Non vogliamo fare la caccia alle streghe. Anche perché i tempi si preannunciano lunghi. Partiremo dalla Lombardia per arrivare a tutta l’Europa. Crediamo che si possano ricavare informazioni preziose».
E poi c’è il sostegno alla ricerca medica, quella che si fa in laboratorio.
«Per trovare una cura alla Sla penso che ci vorrà molto tempo, anni. I ricercatori sono esseri umani. Noi sosteniamo l’attività del professor Angelo Vescovi che lavora da quasi trent’anni alla malattia. Purtroppo in questo periodo si sentono dei messaggi sbagliati. C’è chi promuove cure come fossero la panacea di tutti i mali. È sbagliato dare illusioni ai malati o addirittura speculare sul dolore degli altri. I medici e i ricercatori non fanno miracoli. Quelli si devono chiedere da qualche altra parte».
Chantal non dimentica, nel suo dialogo con la giornalista Alessandra D’Angiò di Etv, i comaschi e i tifosi da sempre tanto attaccati a Stefano Borgonovo.
«A loro non posso che dire grazie. Seguo tutte le iniziative nel nome di Stefano, compresa la richiesta di intitolargli il piazzale davanti allo stadio dove lo aspettavo al termine delle partite del Como. Sarebbe fantastico. So che ci sono problemi a livello pratico e burocratico. Ma per me sarebbe un grande onore. Stefano è cresciuto a Como e nel Como. È arrivato che era un bambino e ha lasciato la società da uomo. Per questo è stato sempre legatissimo alla società e alla città. E per questo ci sono tante persone che gli hanno voluto bene. Grazie a tutti».

Nella foto:
Sotto, Stefano Borgonovo quando allenava le giovanili del Como. A destra, il campione malato con il dottor Antonio Paddeu del Sant’Anna, il professor Angelo Luigi Vescovi e la moglie Chantal

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