Un panino al missultin per rilanciare l’export

Como chiama America
Il dibattito su quanto gli Stati Uniti abbiano influenzato la nostra vita quotidiana e quale dovrebbe essere oggi il rapporto con gli Usa prosegue in questi giorni sul web. Riportiamo, di seguito, gli stralci di tre lettere giunte in redazione.
Cristina Saccoccio mette subito il dito nella piaga. L’Italia non coltiva abbastanza l’export e ricorda come a Milano, nella sede dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), si sia tenuta di recente una conferenza in materia.  «Il politologo James Sperling (Dipartimento
di scienze politiche, Università di Akron) – scrive – ha spiegato come uno dei grossi deficit italiani siano gli alti livelli di importazioni, che non corrispondono ad altrettanti alti livelli di export».
«L’Italia nell’ultimo decennio – prosegue – si è giustamente preoccupata di riaffermare il proprio ruolo internazionale mostrando le sue capacità militari, dall’Afghanistan alla Libia. Questo, però, doveva essere affiancato non tanto a un contenimento delle importazioni, quanto a un rilancio delle esportazioni».
«Certo – conclude – questo non ha senso se le aziende italiane si mettono a produrre direttamente all’estero».
Davide Brusadelli, di Como, racconta invece come gli Stati Uniti abbiano influenzato la sua vita. Dalla passione musicale adolescenziale per il new punk americano dei Rancid, dei Nofx e dei popolarissimi Green Day, a quella attuale per il basket Nba e, in particolare, per il nuovo fenomeno dei New York Knicks. Il playmaker 23enne Jeremy Lin è solo l’ultimo sogno americano «per cui chiunque, da sconosciuto, può diventare famoso» conclude Davide.
Una lettera anche da Racconigi, in provincia di Cuneo, la scrive Silvia Grande Maffei che ci segue online, naturalmente. Silvia propone un singolare panino con il missoltino da vendere in America invece dei classici hot dog.
La lettrice si chiede anche quanto abbia inciso l’immigrazione italiana in America sulla superpotenza attuale. E si interroga pure sulle responsabilità della generazione dei nati prima e intorno alla Seconda guerra mondiale, che grazie alla Liberazione conobbe i prodotti americani. «Degli americani abbiamo amato tutto, credo. Solo che voi comaschi e noi piemontesi siamo più il tipo di gente che preferisce non esagerare. Invece in America tutto è tanto, immenso».
«In America – aggiunge – se non paghi le tasse sì che son guai seri. E poi dico, a voi comaschi, di inventarvi un hamburger al missultin (invece del solito classico obsoleto hot dog). Qui la pizza alla bagna cauda già c’è, ma non so se l’hanno esportata».
La lettrice piemontese segnala, infine, il libro La fortuna non esiste di un grande esperto di Stati Uniti, Mario Calabresi, direttore della Stampa e già corrispondente da New York per Repubblica.

Paolo Annoni

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