Un percorso e un po’ di coraggio nel suo nome

opinioni e commenti di marco guggiari

di Marco Guggiari

Dopo il tempo del silenzio, della preghiera e della commozione torna il tempo delle decisioni e dell’azione. In questi giorni ci siamo interrogati e confrontati sulla tragica morte di don Roberto, sulle affermazioni dell’uomo reo confesso del suo omicidio, prodigo di motivazioni e di particolari farneticanti alla base di quel gesto che ha poi ritrattato.

Abbiamo generalmente rispettato il lutto, con qualche eccezione. Ora, dopo il funerale e l’intensa partecipazione di ieri alla messa di suffragio in Duomo, torna il tempo delle valutazioni e dei provvedimenti. È del resto impensabile che un fatto tanto grave non produca qualche cambiamento nell’approccio al problema dei migranti e del lavoro svolto dai volontari in città. La vita non può riprendere come se niente fosse accaduto.

Lo si deve a don Roberto, che il vescovo Oscar Cantoni ha definito “martire della misericordia”, lo si deve alla Chiesa, lo si deve alle tante persone che mettono a disposizione il proprio tempo per aiutare chi è senza cibo e giaciglio. Il dibattito su questi argomenti, negli ultimi tempi, si è attorcigliato intorno a sterili dispute ideologiche e si è disperso nei rivoli di particolari, di minuscoli fatti che attengono alla gestione dell’esistente, a storture e ripicche. È inevitabile chiedere che si esca dalla logica del piccolo cabotaggio. Le istituzioni, tutte, si ritrovino dunque e si interroghino su ciò che occorre fare perché questa morte sia davvero rispettata.

I senzatetto e senza fissa dimora, piaccia o no, sono un problema di tutti.

I nostri sensi, gli occhi, lo percepiscono e lo comprendono chiaramente ogni giorno. Una città degna del proprio ruolo non temporeggia, ma si attiva davanti a questo scenario. Cerca e chiede luoghi, soluzioni parziali e imperfette, ma sempre migliori delle assenze.

Si allea, studia le risposte tentate altrove. Unita, chiede con fermezza al governo nazionale gli aiuti necessari. Dopo la terribile morte di don Roberto, dopo la pausa imposta ai nostri cuori dal dolore condiviso, questo è il momento per prendere in mano il filo del discorso, organizzarsi, procedere secondo uno stile che coniuga l’aiuto generoso, la sicurezza possibile, l’efficacia dell’intervento, il decoro.

È una sfida nuova quella che attende la nostra città, gli amministratori che la governano, i vari presìdi che lo Stato ha qui a Como.

Una sfida che si può vincere o perdere, ma che non può essere ignorata e respinta.

I presupposti perché ciò avvenga sono essenzialmente due: mettere da parte gli eccessi dettati dalle visioni ideologiche, che bloccano il percorso di un’integrazione ordinata e rigorosa, anziché favorirla. E poi, volere fortemente, in modo costante e non occasionale, l’approccio al problema e il cambio di registro. I comaschi non si appassionano alle scaramucce sui getti d’acqua sanificanti per qualche ora, sulla genesi dei gesti relativi alle coperte spostate, sulle soluzioni sempre rinviate con la motivazione che non sarebbero mai quelle giuste.

Uno sguardo oltre, un’uscita pubblica, una testimonianza alta e coraggiosa, senza calcoli di tornaconto, da parte di chi governa sarebbe apprezzata e vincente. In ogni caso è, sarebbe, speriamo che sia nei fatti, la capacità di onorare davvero don Roberto.

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