Un ponte tra Como e il Messico

altDa una Como non dichiarata ma riconoscibile perfettamente, parte un viaggio solitario verso il Nord Europa, a bordo di un mitico “maggiolone” e con una canadese quale unico riparo. E il tour dal sapore picaresco non si ferma: il lettore sarà trasportato in Belgio, Olanda, Scozia, fino a Londra. Da qui, seguendo le passioni per la letteratura e per una donna, il protagonista si ritroverà a Città del Messico. Dove deciderà di fermarsi.
È, in sintesi, la storia raccontata nel nuovo romanzo

Le persone della mia città (edizioni “Il Foglio”, 16 euro), esordio letterario del comasco Andrea Alì (nella foto, la copertina).
Classe 1970, Alì è laureato in Lingua e Cultura italiana e ha conseguito un master per l’insegnamento di lingua e cultura italiane per stranieri presso l’Università di Siena. Dal 2005, insegna italiano all’Università Nazionale Autonoma del Messico.
Alì, quanto è autobiografico il suo romanzo?
«Certamente, come in tutti i romanzi, c’è una componente autobiografica. Nella mia vita ho viaggiato parecchio e questo romanzo si inquadra nella narrativa di viaggio, dove i riferimenti ai luoghi servono per stabilire un collegamento con l’esperienza empirica. La curiosità della diversità è un elemento centrale per me nell’esperienza umana ed è sempre stata il motore per la conoscenza. Alcune riflessioni sulla ricerca del nuovo e dell’equilibrio all’interno di un’altra dimensione sono quasi sempre collegate a tappe di un percorso che si colloca a distanze diverse dalla mia vita attuale».
La città di Como è davvero chiusa come la dipinge?
«Se lo chiedessimo al protagonista, probabilmente risponderebbe di sì. Ma in fondo non è proprio questo il fascino della letteratura? Non è forse vero che la letteratura, come la vita, ci affascina proprio perché è capace di creare realtà autonome, legittime e finite in se stesse?».
Come si vive e si lavora in Messico?
«A parte l’aspetto educativo, che in ogni caso rappresenta il principale obiettivo per chi opera in un’istituzione come un’università, direi che si vive una percezione dell’altro che permea tutta l’esperienza della vita quotidiana. In questo Paese la consapevolezza dell’esistenza dell’essere umano e la percezione dell’uomo (in senso sia positivo che negativo) sono fattori più importanti di qualsiasi altro aspetto. E questo, come operatore culturale, mi sembra una fonte di motivazione per il mio lavoro, sufficiente e inesauribile.
Quanta è la forbice tra “magia” e “razionalità”, temi cardini nel suo romanzo?
«Con la parola “magia” mi riferisco a qualcosa che non riusciamo a spiegare, a qualcosa che proprio per il suo essere inspiegabile ci sorprende; mentre con “razionalità” mi riferisco al metodo, alla ricerca logica, alla conseguenza come risultato consecutivo di una o più cause. Per me sono due concetti distinti e in qualche misura opposti. Anche nell’insegnamento delle lingue l’apprendimento più duraturo è quello spontaneo e interattivo (magia), non quello riflessivo (razionale), perché implica l’attivazione dell’apprendimento emozionale, mentre il secondo implica la razionalizzazione dell’esperienza vissuta e dovrebbe venire in un secondo tempo, ma spesso purtroppo, ancora oggi, nelle lezioni di lingua straniera succede il contrario. In ogni modo, è possibile che in questo mondo tutto ciò che esiste abbia in fondo una sua logica che si raggiunge solo dopo molto tempo con la comprensione; però la magia è lo stadio precedente alla comprensione e quindi alla razionalità. Ma se la magia è il viaggio e la razionalità l’approdo, io, preferisco non smettere di viaggiare».
Che modelli di scrittura ha?
«Chi ha maggiormente influito sul mio modo di concepire l’immaginazione letteraria è il Pier Vittorio Tondelli di Altri libertini e Pao Pao, soprattutto dal punto di vista dell’uso del lessico e del ritmo della narrazione che per me è molto importante. Una storia lenta mi annoia dopo cinquanta pagine. Dal punto di vista della concettualizzazione delle emozioni, a mio avviso, è stato molto importante l’Andrea de Carlo della trilogia (Due di due, Di noi tre e Giro di vento). Infine, amo molto Dostoevskij».
A cosa sta lavorando ora?
Come insegnante cerco di mantenermi aggiornato sulle principali linee di ricerca della didattica delle lingue straniere e questo, soprattutto ai nostri giorni, significa conoscere e approfondire il discorso dell’incidenza delle tecnologie informatiche in una lezione di lingua. Come scrittore cerco di leggere molto ed elaborare mentalmente concetti che possano essere trasferiti efficacemente in una storia. Non vorrei mai scrivere una storia noiosa solo per dire di aver pubblicato un altro libro».

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