Un pranzo indimenticabile con cameriere incombente

Il calendario racconta che siamo a metà degli anni Cinquanta. Il liceo Giovio abita in via Rezia, dalle parti della chiesa di San Bartolomeo. La penombra dell’altare disegna sagome di giovani in silenzioso colloquio con il Cielo. Le versioni di latino, i problemi di trigonometria, le interrogazioni di chimica, le tavole di disegno pretendono una raccomandazione dall’alto.
La tonaca svolazzante di don Vittori, il preside, in cima alla scala. Il suo sguardo niente affatto amichevole insinua il dubbio sulla buona parola di San Bartolomeo reclamata al prezzo di una brevissima preghiera.
I volti dei compagni sfumano nel tempo, i nomi si confondono, si perdono.
Luigino, un asso del pallone, fino a qualche tempo fa lo si intravedeva in Comune. Claontino, in camice bianco, ha atteso per anni ai cuori dei suoi pazienti. Ottavio, ultimo di tanti fratelli, ingegnere in giro per il mondo. Piero, per lui la fisica non ha segreti. Maria Luisa, l’unica ragazza della classe, bravissima in tutto. Infine Teodoro, disponibile, sincero. Un amico. Due mondi diversi, il suo e il mio, per ceto sociale, classe, prestigio, soldi…
Casa mia era quella dei cappotti rivoltati, pantaloni alla zuava, scarpe risuolate fino allo sfinimento, papà carabiniere, mamma casalinga, un “tran tran” semplice, dignitoso. Casa sua una villa sul lago, la Seicento in regalo al compimento dei diciotto anni, papà industriale, mamma signora di classe, autista e servitù… un “tran tran” da sogno (immagino io).
Un giorno Teodoro mi invita ad andare a casa sua per studiare assieme in vista del compito in classe di matematica. Sono ben felice di accettare la sua proposta. Ed ecco che al termine delle lezioni, fuori dalla scuola, troviamo ad attenderci sua mamma. Una bella signora ancora giovane, bionda, elegantissima. Ci accoglie con un sorriso e ci invita a salire sulla sua automobile. Mi par di ricordare che fosse una Lancia ma non ne sono sicuro… Percorriamo via Milano, il lungolago, a Villa Olmo giriamo verso Cernobbio, seguiamo la strada del lago per Menaggio. Ci arrampichiamo sulla collina, la vista è mozzafiato, la casa – anzi la villa – è da sogno, un giardino da favola…
Ben presto, tuttavia, la meraviglia lascia il posto all’imbarazzo, al disagio. A tavola, la mamma, Teodoro ed io… Io, io sono l’ospite. Dietro di me si “piazza” un cameriere, sì proprio un cameriere con giacca bianca e tovagliolo al braccio pronto ad anticipare e soddisfare ogni mio desiderio. Attento a versarmi l’acqua nel bicchiere grande, o una bibita scura in quello più piccolo, mi chiede educatamente se voglio questo o quello… e io che non so neppure quale posata scegliere fra le tante accanto al piatto. Al mio compagno si rivolge con un deferente “signorino Teodoro”, che mi appare assurdo e, soprattutto, mi crea imbarazzo e disagio.
“Una figura da cioccolataio, o meglio da “ciculatè”, così la definirebbe mia mamma nel suo colorito dialetto meneghino. L’origine di questo modo di dire risale al Re Carlo Felice di Savoia. Saputo che un ricco fabbricante di cioccolato girava con un carrozza più sontuosa della sua, si arrabbiò e disse: «Quando esco in carrozza non voglio fare la figura del cioccolataio».
Un pranzo da incubo, almeno nel ricordo. Finì che non mangiai nulla o quasi per timore di fare brutta figura, incapace di gestire quei tre bicchieri o di prendere la posata giusta con quel cameriere alle spalle che non mi mollava un istante. Insomma una figuraccia… da “cioccolataio”, come diceva mia mamma, o da “pirla”, come si direbbe oggi in un linguaggio meno raffinato.
Dopo quell’esperienza disastrosa e allucinante sono andato più volte in casa di Teodoro ma solo di pomeriggio per studiare… Mai più a pranzo o a cena, limitandomi alla ricca e sostanziosa merenda sbaffata avidamente e voluttuosamente senza la fastidiosa presenza del cameriere e del suo assurdo “signorino Teodoro”.
Finito il liceo ho perso di vista Teodoro. Ho saputo che si è laureato in Geologia, è diventato uno dei massimi dirigenti di una grande multinazionale, e soprattutto che ha sposato la più bella ragazza del liceo. Mi piacerebbe rivederlo e magari andare ancora una volta a pranzo a casa sua…
Prometto, anzi giuro, che quella figura da “cioccolataio”, o da “pirla”, se preferite, oggi non la farei, a meno di incocciare in un nuovo “cameriere” che in un italiano imbarbarito chiamasse “signore” il mio ex compagno di classe e si sedesse dietro di me, pronto a anticipare ogni mio desiderio…
Per il momento mi limito a vedere dalla strada del lago la sua villa arrampicata verso il cielo, un giorno chissà…

Renzo Romano

Nella foto:
Un fotogramma del film “Quel che resta del giorno”. Anthony Hopkins (a destra, nell’immagine) è “Stevens”, un impeccabile maggiordomo che dirige con maestria la servitù della casa di Lord Darlington, lo scapolo “James Fox” (a sinistra)

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