Un secolo fa il disastro del dirigibile

altCantù: i ricordi di una testimone oculare nella rievocazione del nipote Danilo Bianchi
Una storia vecchia di cent’anni può rivelare molte cose. Per esempio, lo stupore di gente semplice, del tutto o quasi ignara di motori, di aerei e lontana dal poter immaginare un futuro che avrebbe portato l’uomo perfino sulla Luna.

O, ancora, il fatto che un disastro poteva produrre effetti immediati su un’economia e su un ambiente rurali. Sono anche questi, in chiave di rilettura, i risvolti del dramma collettivo che si consumava a Cantù esattamente un secolo fa.
Quel 9 aprile 1914, il dirigibile “Città di Milano”, progettato dall’ingegnere Enrico Forlanini, si era levato in volo da Baggio diretto verso la Brianza. A bordo c’erano otto membri dell’equipaggio e quattro donne. Improvvise difficoltà dovute a una perdita di idrogeno costrinsero gli ufficiali alla guida ad atterrare in un campo accanto alla Cascina Novello. Erano le 10.30 e il peggio sembrava scongiurato, ma, in realtà, doveva ancora venire. 

Aiuta a rievocare il succedersi degli eventi l’architetto e designer Danilo Bianchi, classe 1958, la cui zia Esterina aveva vissuto in presa diretta, pur in tenera età, quell’indimenticabile e terribile giornata.
«Mia zia, sorella di mio padre, era allora una bambina di sette anni – esordisce – e mi raccontò più volte, prima di morire nel 2002, ciò di cui era stata involontaria testimone quel giovedì della Settimana Santa. Abitava con la famiglia alla Cascina Novello e i suoi ricordi erano molto netti».
Qual era la sua ricostruzione dei fatti?
«Si trovava nei prati e vide quell’oggetto in cielo che ruotava intorno al campanile della chiesa di San Paolo. Lo seguì con lo sguardo e osservò che il dirigibile, verso Vighizzolo, cominciò a perdere quota fino ad appoggiarsi sul prato accanto alla Cascina».
Poi cosa accadde?
«Gli uomini dell’equipaggio, aiutati dai contadini, cominciarono ad ancorare la “navicella” legandola alle piante di gelso. Una folata di vento, però, la spostò. A quel punto, mio nonno Davide, che poco prima era anche salito a bordo, ordinò alla bambina di entrare in casa».
Da lì, dunque, assistette all’incidente?
«Sì, raccontava di essere corsa ai piani superiori dell’edificio e che dal sottotetto vide come il dirigibile si stesse sgonfiando e come questo, a un certo punto, fosse scoppiato?».
Le cronache dell’epoca confermano che un paio d’ore dopo l’atterraggio di fortuna, mentre si trovava già sul posto un centinaio tra soldati, carabinieri e vigili del fuoco, avvenne l’irreparabile. Ecco cosa scrisse in proposito il quotidiano “L’Ordine”: “(?) all’improvviso, vicino al dirigibile balenò una fiammata verdognola: seguì prima una detonazione non molto forte, poi altre due formidabili, infine una grande fiammata, violenta, avvolse tutto il dirigibile e si dissolse in alto in una densa nube di fumo nero e giallo”.
Il fatto è che il dirigibile aveva nel frattempo attirato tanta gente, curiosa di vedere da vicino quella meravigliosa macchina volante? Vi furono molti ustionati, c’è chi dice oltre duecento, alcuni in modo grave. Di certo vi fu una vittima: il falegname canturino Angelo Innocente Marelli, a capo dei pompieri, allora volontari, tre giorni più tardi morì.
Cosa raccontava sua zia di quei momenti concitati e ad alta tensione?
«Diceva che c’erano tanti soccorritori e tanta gente, attirata dalla curiosità, che scappava. Molti furono coinvolti nello scoppio».
In effetti, “L’Ordine” dipinse a tinte forti quel fuggi-fuggi: “La folla in preda al più pazzo terrore, urlando come indemoniata, si diè a fuggire da tutte le parti inseguita da lingue di fuoco. Uomini, donne, bambini attaccati dal fuoco cadevano contorcendosi tra gli spasimi strappandosi le vesti di dosso, calpestandosi gli uni agli altri, calpestati questi a loro volta da altri fuggenti che sopravvenivano”.
Nella vicenda colpiscono la curiosità e l’eccitazione che animavano tante persone prima dello scoppio?
«Sì, penso che la gente dell’epoca abbia visto qualcosa di inimmaginabile. Occorre pensare che il dirigibile era alto come la cascina dei miei nonni. Il grande stupore era certamente comprensibile. Si trattava di un evento unico, rarissimo? E per l’affollamento causato dalla diffusa curiosità popolare si ebbe il gran numero di ustionati. Credo che molte persone non avessero mai visto niente di simile, forse nemmeno sui libri, e c’è da chiedersi se sapessero bene di cosa si trattasse».
I dirigibili esistevano da una sessantina d’anni, essendo stati inventati dai francesi nel 1850. Soltanto nel 1900, però, il tedesco Ferdinand von Zeppelin inventò il dirigibile ad armatura rigida, che sostituì gli antichi palloni aerostatici a zavorra. Già nel 1937, dopo la tragedia dell’Hindenburg a Lakehurst (New Jersey) – trentacinque vittime – cessò definitivamente la loro costruzione finalizzata al trasporto di linea.
Cantù era naturalmente molto diversa da com’è oggi: molti campi e poche case. I danni, per diverse migliaia di lire dell’epoca, furono quindi subìti proprio dai proprietari dei fondi agricoli per la semina e per le piante distrutte?
«Sì, possiamo solo immaginare cosa sarebbe successo se il dirigibile fosse caduto sulle tante case che ci sono oggi. In un prato, quanto meno, ha avuto tempo e modo di appoggiarsi. E quanto fosse diverso il modo di vivere di cento anni fa lo si comprende se si pensa che, alla Cascina Novello, non esisteva nemmeno l’energia elettrica. Arrivò nel primo anniversario di quel tragico incidente, quando fu scoperta la lapide che ancora oggi ricorda l’evento».
In occasione del centenario, da oggi fino al 13 aprile, il Circolo filatelico “Canturium” organizza una mostra (ore 15-19 da mercoledì a sabato; domenica tutto il giorno) nella Città del Mobile, a Villa Calvi. Nell’ambito della rassegna sarà visibile anche un filmato girato da Michele Bianchi, il figlio dell’architetto Danilo, quando la zia Esterina parlò dell’evento in occasione di un’intervista.

Marco Guggiari

Nella foto:
Il dirigibile “Città di Milano” effettuò il suo primo volo il 17 agosto 1913 e compì 42 viaggi, prima di incendiarsi il 9 aprile 1914 presso la Cascina Novello a Cantù. Il rogo fu causato dall’infiammarsi dell’idrogeno

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