Un treno in corsa da agganciare

opinioni e commenti di marco guggiari

di Marco Guggiari

Un mese fa su questo giornale il presidente dell’Ordine degli Architetti Michele Pierpaoli anticipava un tema che diventa ancor più di prepotente attualità alla luce dell’intervista a Stefano Boeri. «Como – diceva Pierpaoli – ha bisogno di un pensiero a medio e lungo termine di carattere urbanistico programmatico». E ancora: «Siamo pieni di tanti vuoti e di parti costruite irrisolte, alcune di queste aree sono caratterizzate da un grande potenziale strategico». L’architetto Mario Di Salvo, con la franchezza che gli è propria, sottolineava invece due problemi: la mancanza di visione e la necessità di un forte ruolo di governo del territorio da parte dell’amministrazione comunale. Il problema, in altri termini, non è la singola area, il singolo piano di recupero. Sul tavolo ve ne sono tre: ex Lechler ed ex Albarelli, a Ponte Chiasso, e Scalo merci a ridosso di via Grandi. E la giunta, su questi progetti, ha la sensibilità di consultare la popolazione, com’è giusto che sia. Il problema è, appunto, la visione d’insieme. Una sfida e un’occasione che vanno raccolte in una città così vicina a Milano, metropoli che vive il suo momento magico, tra le più trendy del mondo. Lo spunto può essere il documento di Piano, in scadenza. Si tratta di mettere in fila le esigenze di Como e dei comaschi qui residenti, oltre che degli altri che vi sono impegnati nel lavoro e nello studio, o che vi trascorrono tempo in visita e in vacanza. Per fare questo, però, è necessario un altro coinvolgimento. Servono esperti nei diversi ambiti delle scienze urbane, sociali e della progettazione. Occorre “rubare” a Milano il suo straordinario scatto in avanti, facendone le dovute e ampie proporzioni per entrare nella scia giusta. Il capoluogo lombardo ha saputo conquistarsi il ruolo attuale, facendo scelte coraggiose e innovative, pensando a soluzioni vincenti sotto il profilo culturale, in senso ampio, e calamitando attenzioni e turisti ammirati da ogni continente. Ha pensato in grande, grazie alla sua storia e tradizione di “Gran Milàn”, grazie alle sue dimensioni e grazie a finanziamenti e risorse che Como non può nemmeno lontanamente immaginare. Ma la nostra città ha le sue carte da giocare per sfruttare il momento di Milano a proprio vantaggio e diventare un’appendice naturale e imprescindibile per i molti che mettono piede nel capoluogo lombardo e ne rimangono favorevolmente impressionati. Como ha da tanto tempo, ce lo ripetiamo spesso, troppi luoghi rimasti privi di identità. Oltre alle aree dismesse, le solite note (ex Ticosa, ex Sant’Anna e una miriade di altri terreni “minori” rimasti vuoti e senza funzioni), ha tanti edifici nelle medesime condizioni. Ne parlava pochi giorni fa a chi scrive un altro professionista che ha i numeri per immaginare un possibile futuro, l’ingegnere Carlo Terragni. Edifici rimasti privi di mansioni pubbliche e in attesa di nuove destinazioni (uno per tutti: l’ex palazzo Asl tra via Cadorna e via Croce Rossa). Occorrerebbe dunque un pensatoio ampio e qualificato, quanto a competenze, per studiare e proporre concretamente almeno alcuni pochi interventi per la città del futuro. Con l’obiettivo di rendere Como complementare alla grande Milano. Con una manciata di parole d’ordine da riempire di contenuti: riqualificazione, ambiente, luoghi simbolici, mobilità, servizi, tradizione, nuove opere… Sognare di uscire dal piccolo cabotaggio non costa niente. E pazienza se chi ci prova fa la figura dell’illuso.

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