Una città da Oscar (all’ingratitudine)

opinioni e commenti di lorenzo morandotti

di Lorenzo Morandotti

«And the winner iiiis…». A chi diamo stavolta la   palma d’oro per il più simpatico,  quella al più largo di vedute, quella al più ligio al dovere burocratico, quella al più efficiente nello stendere un red carpet spesso così di distinguo, di cavilli («è istriana»), di vorrei ma non è il caso, anzi guardate sarebbe meglio fare altrimenti e anzi non fateci perdere tempo? In faccia a  chi le diamo, le palme, come in Amici miei di Germi e Monicelli? A quello che dice di «non avere mai visto un film di Alida Valli» e pertanto  si fa  autocritica dandosi  del «bifolco» e   lascia sfuggire perle assolute di comicità come «sul Lario è passata anche la Canalis»? O a quell’altra anima bella  incastonata nel mosaico della conferenza online  su Zoom  che dice che a Como anche la pittrice Carla Badiali non ha uno straccio di via intitolata e avrebbe diritto di prelazione? Chi può  e ha abbastanza stomaco si veda la replica, se la ripassi a futura memoria quando dovrà andare a votare, se la copi nel telefono e la consegni a figli e nipoti con sotto la didascalia «mai più tanto in basso».

Un bel pezzo di cinema ma di infima serie, horror o pianeta delle scimmie  – la democrazia non è sempre  un piatto digeribile – è stato assistere su YouTube all’ora e rotti di dibattito  sull’intitolazione del lungolago a una donna della sensibilità e  del calibro artistico di Alida Valli. Cento passi dividevano la casa di Peppino Impastato da quella dello zio mafioso. Duecento quelli che si potrebbero percorrere sorseggiando un gelato e magari guardandosi Piccolo mondo antico sul telefono ricordando Alida. Pochi i passi che separano la serietà dalla farsa.  Trenta sono le rappresentanti del gentil sesso cui sono intitolate vie o piazze o anfratti di Como, mentre ai signori maschi ne sono state intitolate 749. E basterebbe solo questo a imporre di pareggiare presto il conto, con un bell’elenco di autorità nei più svariati campi, in cui un’attrice che ha sempre voluto essere indipendente e coraggiosa come Alida Valli, assolutamente non di parte e non divisiva come si usa dire oggi con un pessimo aggettivo,  non sfigurerebbe affatto.

Anche perché  è stato tutt’altro che sporadico e ininfluente nella sua vita di donna e di attrice il suo passaggio a Como e sul Lario,   come scrive Giorgio Cavalleri nel suo libro Alida Valli una ragazza di Como. Basta andarsi a vedere il docufilm di Mimmo Verdesca  Alida che il “Corriere di Como” ha segnalato, visto e raccontato per i nostri lettori e sostenuto affinché anche il popolo dei comaschi lo conosca.  Il docufilm per fortuna sarà proposto a Villa Olmo il 27 giugno nell’ambito del festival del cinema estivo, a parziale risarcimento della figuraccia che in poche ore ha fatto ridere l’Italia e indignato i cinefili. E intanto dietro le quinte   siamo di fronte a un problema serio: una classe,  anzi meglio una generazione di politici che non legge, non sa, non si informa, sputa su una miniera come il cineturismo, o usa la memoria come meglio le fa comodo, per tagliarsi le gambe a vicenda a colpi di snobismo. 

A due passi da quel lungolago che non si chiamerà “Alida Valli” (salvo ripensamenti o azioni d’autorità di sindaco e giunta per salvare la faccia)  giace ciò che resta di un monumento al cinema, il Politeama di piazza Cacciatori, dove Paolo Virzì ha girato scene importanti de “Il capitale umano”. Lasciarlo così com’è, l’ex teatro, in attesa che da solo si suicidi in un crollo liberatorio, come plastica rappresentazione della ingratitudine di Como verso   la cultura e i suoi simboli, a questo punto sarebbe una ottima mossa.

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