Una città-granchio a passo di gambero

Il commento
di Lorenzo Morandotti

Il problema della viabilità è cruciale, per una città il cui nucleo è in una conca all’incrocio di più assi viabilistici, tutti fondamentali. Sfida urbanistica somma, far quadrare il cerchio rispettando il diritto alla salute dei cittadini, quello alla migliore accoglienza da parte dei turisti e le esigenze della modernità in fatto di trasporti, tuttora schiavi delle gomme e del petrolio. È bene che se ne parli e si interpellino tecnici. Meglio ancora, sarebbe sapere che si fa da grandi.

Ad esempio, in tema di lungolago. Qui invece non si è ancora ben capito se lo chef tifi per il pesce o per la carne. Se l’asse deve avere una vocazione solo pedonale o mista. Tra l’altro, quando un bel dì si rivedranno le stelle di una passeggiata come logica comanda, terminato il cantiere delle paratie, per i pedoni sarà un’altra vita. Resta da capire quale modello di convivenza con il traffico sia il più virtuoso, qui. La difficoltà pare scritta nel Dna di Como fin dal suo aspetto. È difatti nota agli storici anche come “urbs cancrina”. Intorno al X secolo, divenne capoluogo di contea anche grazie alle fortificazioni dei due borghi di Vico e Coloniola, che si prolungavano a nord sulle due sponde del lago come appunto le chele di un granchio (cancer in latino). La citazione è dalla Storia Antica di Maurizio Monti, che riporta l’Inno in lode di Sant’Eutichio. Una bella metafora, questa del crostaceo, per sintetizzare il traffico che ancora stritola la rete viaria e ne complica, fin quasi all’invivibilità, i nodi più sensibili. L’importante è che non si cammini, rimanendo allo stesso tipo di animale, con il passo sgangherato e retrogrado del gambero. Ci son voluti anni per sloggiare le auto dal centro e da piazza Cavour, i tempi forse sono maturi per una diversa consapevolezza. Purché si sappia dove andare. E come farlo.

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