Una eccellenza, “nonostante” tutto

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di Giorgio Civati

Guardando a molte iniziative, per esempio alle mostre in corso in questi giorni e alla presenza a Mercanteinfiera di Parma, il Museo della Seta di Como è sicuramente un’eccellenza. Una “bandiera” per il territorio e per l’economia tessile locale, che si basa su un passato glorioso per ricordare e promuovere un presente fatto di grandi capacitò manuali e creative. Ed è sicuramente così. Peccato che la struttura di via Castelnuovo potrebbe fare di più, potrebbe essere “usata” meglio dalle istituzioni e dal tessuto produttivo locale.

Potrebbe “servire” come splendida occasione promozionale per il territorio intero oltre che per il business tessile. A trent’anni dalla sua inaugurazione (avvenne proprio il 4 ottobre 1990) il Museo prosegue nella sua missione di preservare e salvare un passato fatto di macchinari, archivi e testimonianze, ma è diventato anche promotore di iniziative culturali e promozionali contemporanee, racconta storie nuove accanto a quelle del passato con risultati più che buoni nonostante i pochi mezzi, la poca attenzione generale.

E soprattutto da una sede non degna di un Museo della Seta, che per Como era ed è attività fondamentale. Intendiamoci, una volta entrati nelle sale del museo, l’atmosfera è splendida. In quello che è sostanzialmente uno scantinato sono stati fatti miracoli, forse anche per la vicinanza con il Setificio e l’università. Però l’entrata resta sacrificata, quasi nascosta; di vetrine sulla strada nemmeno l’ombra, e comunque sarebbe una strada più di auto che di pedoni, tanto meno di turisti.  E, comunque, sempre un seminterrato resta, quello spazio, anche se messo al meglio. La sensazione che ne ricaviamo, insomma, è che il Museo della Seta sia un successo “nonostante” tutto. 

Nonostante una città troppo poco attenta alla valorizzazione del suo passato industriale, storico e sociale. Nonostante trent’anni e tante chiacchiere non siano bastate a trovare una sede diversa, migliore, più adatta e rappresentativa del valore intrinseco della struttura. Sforzi e attenzione non sono mancati: i presidenti che si sono succeduti hanno fatto del loro meglio, spesso al di sopra delle possibilità concrete, e hanno mantenuta in vita una istituzione senza la quale Como sarebbe un po’ più povera, un po’ meno orgogliosa di quello che è stata di quello che ancora aspira  essere. Qualcuno, come quel Giannino Brenna scomparso di recente, ci ha messo anima e cuore per anni e altri lo hanno seguito, lo seguono.  Impegno dei privati a parte (come singoli o associazioni e fondazioni varie legate al mondo del tessile), però, il Museo della Seta avrebbe bisogno di qualcosa di più.

Di una valorizzazione coordinata e continuativa che solo dal pubblico può arrivare, e che manca. Del resto da una città che ha dato i natali al padre della pila Alessandro Volta e si è accorta della opportunità di mettere qualche cartello qua e là sulle vie d’ingresso principali, che lascia il tempio dedicato allo scienziato in condizioni desolanti per anni e anni, non ci si può aspettare molto di più.

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