Una grande testimonianza di autentica umanità

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici

Se volessimo usare parole divenute drammaticamente familiari, dovremmo dire che mai Como si trovò a vivere un contagio simile con l’assembramento più grande della sua storia. Venticinque anni fa c’era il Papa nella nostra città. Erano le 18.17 di sabato 4 maggio 1996 quando l’elicottero che ci portava Giovanni Paolo II fece un atterraggio lungo sul terreno di gioco dello stadio “Sinigaglia”. Quattromila bambini dalla gioia rumorosa e incontenibile ad accoglierlo, ed era solo il primo passo di una serie di eventi memorabili che sono rimasti nel cuore di tante persone che possono dirsi fortunate ad aver partecipato. Oltre allo stadio – in cui il Papa avrebbe vissuto un momento di festa con quindicimila giovani – luoghi di incontro e preghiera sono stati piazza Cavour, la Cattedrale, il cortile della Casa “Divina Provvidenza” e la grande piana di Lazzago in cui nel pomeriggio del 5 maggio una folla immensa – c’è chi ha parlato di centomila persone – ha celebrato la Messa presieduta dal Papa che concluse la sua visita a Como. Un quarto di secolo è passato: papa Wojtyla sarebbe morto nove anni più tardi, nel 2005, e fu proclamato Santo già nel 2014, il che regala una prospettiva nuova a quelle venticinque ore che il Papa santo passò nella nostra città (quando decollò dal campo sportivo di Grandate per tornare in Vaticano erano le 19.16 di domenica 5 maggio 1996). Non dimenticherò mai alcune scene che ho potuto seguire da vicino in quei due giorni. Scene caratterizzate dall’incrociarsi di volontà di incontro e di contatto.

La gente che si assiepava dietro le transenne voleva stringere le mani del Papa e lui procedeva lentamente, a piccoli passi, e sembrava voler accontentare tutti. «Son più le mani vostre che le mie», ebbe a dire, quasi a volersi scusare di non poterle stringere tutte. Quando la mattina del 5 maggio entrò sul terreno di gioco dello stadio per raggiungere il palco allestito per l’incontro con i giovani, papa Wojtyla cambiò improvvisamente direzione per dirigersi verso sinistra: aveva visto un gruppo di disabili in carrozzina e passò a salutarli ad uno ad uno.

Ero in compagnia di un giornalista, un fotografo e un cineoperatore, e ci trovammo il Papa praticamente di fronte a noi. Incrociai il suo sguardo e mi sembrò che guardasse proprio me, con una concentrazione e una pazienza veramente uniche. Era quello il suo modo preferito di incontrare le persone: toccarle con il suo sguardo, rivolto prima con occhi grandi, capaci di raccogliere il dolore e la gioia, poi con occhi che si facevano piccoli quasi a voler interiorizzare quel dolore e quella gioia nel proprio cuore. Ogni sguardo era così e ognuno si sentiva accolto nella sua concretezza, appagato e come invitato ad andare oltre.

Quale emozione provai quella mattina quando un giovane disabile (nella foto sotto) si rizzò in piedi e quasi si arrampicò sul Papa sostenendosi solo nel suo abbraccio. Il Papa si lasciò avvinghiare e lo accarezzò teneramente nei capelli, mentre alle spalle il vescovo Maggiolini si sciolse in un ampio sorriso. A maggior ragione ricordo oggi quella scena e tutti quegli incontri intessuti di contatto fisico, proprio ciò che la pandemia ci ha tolto rendendoci tutti più poveri. A distanza di venticinque anni non so immaginare la visita di Giovanni Paolo II a Como senza le strette di mano e quei preziosi contatti di cui era intessuta la sua stessa vita. Ci lasciò parole e discorsi, certo, ma soprattutto una grande testimonianza di autentica umanità. Che continua ad abitare i nostri cuori, in un alone di santità e ancora con un pizzico di emozione per un evento indimenticabile.

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