UNA METAFORA DELLA CITTÀ IN DECLINO

di GIORGIO CIVATI

Lampioni e dintorni
Como, una città al buio. In senso letterale, visto che l’illuminazione pubblica è spesso malandata o del tutto assente, ma anche in senso metaforico.
La situazione dei lampioni può infatti essere letta anche come lo specchio di un periodo per niente felice, di crisi e di declino del capoluogo.
Troppo pessimismo per qualche lampione spento?
Diremmo proprio di no, anche perché non si tratta di “qualche” punto luce ma di un vero e proprio problema, di una situazione di disagio

e di fastidio diffusi che coinvolge tanto il centro quanto la periferia, vie e marciapiedi, passaggi pedonali e angoli nobili della convalle, interi quartieri nei casi peggiori.
Il buio made in Como, insomma, è qualcosa di più di un caso. È il frutto di mancanze e carenze di anni, non una sola lampadina ma tratti dell’intera illuminazione pubblica che vanno a pezzi; anni di manutenzione carente o assente; soldi che scarseggiano e vengono utilizzati per altro.
Quello comasco è insomma un buio anche psicologico, reale ma non solo. Un buio dell’anima, ci verrebbe da scrivere se non temessimo di essere troppo tragici.
Comunque, qualcosa che riguarda noi comaschi, amministratori e semplici cittadini, e non solo quattro lampioni e altrettante lampadine.
Partiamo dalla mancanza di luce per strada. Inaccettabile, senza alcuna attenuante. Inaccettabile per questioni legate alla sicurezza, o comunque alla sensazione di sicurezza o di insicurezza che l’illuminazione crea. E, ancora, un piccolo segno della voglia o della possibilità di vivere meglio, di svagarsi e divertirsi pure di sera.
Una città illuminata, specie se turistica, è una città più bella e più vivibile. Senza dimenticare poi che la luce è anche arte, un modo per sottolineare e valorizzare l’ambiente urbano, l’architettura, il contesto in cui viviamo.
La mancanza di luce a Como ci pare però anche la metafora di una situazione di declino, di crisi. Di una città, di una gente – noi tutti, probabilmente, salvo qualche pregevole eccezione – che stenta, che si arrabatta, che ha perso smalto.
Ci pare calzi appieno la “teoria della finestra rotta”, a metà tra urbanistica e sociologia, secondo cui se in un quartiere un teppista spacca una finestra e nessuno la aggiusta è molto probabile che ben presto qualcun altro faccia lo stesso se non peggio, dando così inizio a una spirale distruttiva.
Ovviamente la teoria può essere applicata anche “al contrario”: se stimolate in tal senso, le persone e le città tendono a migliorarsi, a preferire situazioni affini.
Per questo creare un ambiente curato – a partire dall’illuminazione – porta la comunità a curare maggiormente il contesto che la circonda, a evolversi, a migliorarsi.
Insomma, guardiamo ai lampioni del capoluogo lariano e vorremmo, come tutti, che funzionassero.
Se estendiamo il ragionamento, passa anche da una maggiore attenzione a questo genere di cose la costruzione di una “nuova” Como.

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