Una palla da tennis serve a dare il meglio

altChristian Mascheroni. Il narratore firma anche programmi tv per Iris Tra i suoi miti letterari John Cheever, Donna Tartt e Marguerite Duras «Ma amo guardare le mie storie con gli occhi del regista Terrence Malick»
Uno dei migliori consigli di scrittura che il comasco Christian Mascheroni (nella foto) abbia mai ricevuto è della svedese Camilla Läckberg. «“Siediti”, mi disse – ricorda il narratore e autore tv – Cioè dedicati alla scrittura con pazienza, devozione, impegno.

Scrivere ha bisogno di un’attenzione particolare, di cura, non è mai un gioco. Può essere il momento più divertente e rilassante della giornata, ma è anche un lavoro sulla parola scritta, un impegno motivato dalla volontà di dar vita a un dialogo con il lettore. E il lettore è una persona che merita il massimo riconoscimento».

«Sono d’accordo con Andrea Vitali – prosegue Mascheroni – Per scrivere occorre leggere. Anche questo sembra banale, ma è imprescindibile per chi vuole diventare uno scrittore. Molti autori alle prime armi pensano allo scrivere come a un flusso di energia, a un talento innato. Invece scrivere necessita di studio e di costante apprendimento, di confronto. Leggere arricchisce e fornisce gli strumenti per indagare le proprie emozioni, per scegliere e capire come esprimerle attraverso le parole».
Un utile consiglio è poi arrivato a Christian da Colum McCann, l’autore di Questo bacio vada al mondo intero (Rizzoli, 2010): «“Quando non scrivi, vivi e non vivere per scrivere”, mi ha detto. Ha ragione: spesso alcuni attimi della nostra vita vorremmo subito portarli sulla carta e ci dimentichiamo di viverli pienamente. La vita non è uno strumento per diventare scrittori, non deve diventare un mezzo. La vita deve rimanere un percorso che ognuno può poi rivedere con la lente speciale della scrittura».
Come scrittore, segue particolari riti o gesti scaramantici?
«Leggo sempre una pagina di un autore che amo prima di scrivere. Non ce la faccio, senza. E spesso lancio più volte una pallina da tennis contro il muro e intanto immagino il volto dei miei personaggi, chiamati al rapporto. Quando li vedo tutti davanti a me, allora posso iniziare a scrivere. Lo so, sono un po’ matto?».
Cosa deve evitare uno scrittore?
«Non dare per scontato il peso delle parole. Ogni parola ha un’importanza vitale e va conosciuta nella sue sfumature. È evocativa, è voce, ma anche ascolto: le parole vanno ascoltate e riconosciute come persone che hanno un’esistenza piena e sfaccettata. Solo in questo modo si può consolidare un rapporto intimo con la scrittura».
Mascheroni, lei ha avuto successo con “Non avere paura dei libri”, romanzo “cult” del 2013. Adesso a cosa lavora?
«Dopo una cinquantina di incipit (molti dei quali vergognosi ed esilaranti) ora sto lavorando ad un romanzo la cui storia mi sta inseguendo da tantissimo tempo. Sarà un percorso non facile, perché indagherò l’età adulta e l’infanzia attraverso gli occhi di un adulto bambino e di un bambino troppo adulto. In mezzo a tutto c’è il mare. È una delle sfide più difficili della mia vita, ma proprio per questo sono pronto ed emozionato a tuffarmi in questa vicenda».
Lei lavora a Iris, il canale Mediaset di cinema. La settima arte influenza il suo lavoro letterario?
«Tantissimo. Sono cresciuto con una madre che amava il cinema e mi ha trasmesso una grandissima passione per i film. Il cinema è un linguaggio che muta costantemente e mi aiuta a leggere fra le righe della vita, tanto quanto alcuni libri. Terrence Malick, per esempio, è un regista che mi ispira tantissimo e mi piace guardare con i suoi occhi le storie che poi vado a scrivere. Così come ci sono attori ed attrici che mi regalano volti che affido poi ai miei personaggi. Nel mio primo romanzo, la protagonista la immaginavo fisicamente come Jennifer Connelly, tanto che ho citato l’attrice nel libro».
Quanto è importante situare una storia in un territorio o in un genere preciso, con tutto ciò che ne consegue?
«Credo che la letteratura di genere semplifichi la connessione fra lettore e libro, ma è solo un fattore di riconoscibilità istantanea, di semplificazione in un mare magnum che spesso confonde soprattutto i non lettori. Tuttavia, a mio avviso, sta diventando un problema per gli autori, che spesso si vedono costretti a identificarsi in un genere anche per poter uscire in libreria o semplicemente essere pubblicati. Ma ci sono opere (pensiamo solo a 1984 di Orwell) che non necessitano e non devono appartenere ad un genere. Oggi questo romanzo uscirebbe nella categoria “romanzi distopici” e verrebbe accostato ad Hunger Games o Divergent: questo tipo di indirizzo nuoce alla fantasia sia dello scrittore che del lettore. La mescolanza di generi spesso può far scattare scintille importanti e amplificare le emozioni, le percezioni del mondo stesso».
I suoi autori di riferimento?
«Sono un devotissimo lettore di Donna Tartt e reputo la mia guida spirituale John Cheever. Ne amo persino le virgole. Peter Cameron e Michael Cunningham sono narratori che ammiro e che ho conosciuto, così come la straordinaria Elizabeth Strout. Ma nessuno eguaglia Marguerite Duras. Mi piange il cuore non averla mai intervistata. La amo».

L.M.

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