Una pedagogia “mirata” per migliorare la scuola

Interventi e repliche

“La scuola è malata”. Questo è il lamento che si leva dalle pagine dei giornali e irrompe dagli schermi televisivi, largamente condiviso da lettori e ascoltatori. Se questa è la diagnosi, i sintomi sono chiari, come mostrano le classifiche internazionali sui risultati di apprendimento (città e Stati): 1° Shanghai; 2° Singapore; 3° Hong Kong; 4° Corea del Sud; e poi, giù giù? 33° Irlanda; 34° Italia. Forse la società di Shanghai è meglio organizzata della nostra? Forse i professori delle scuole di Shanghai insegnano meglio dei nostri?
La risposta la potrebbero dare le scienze dell’uomo: la sociologia, l’antropologia, l’economia? e poi, per quanto riguarda la scuola, la pedagogia, la psicologia, ecc.
Ma tutte le scienze dell’uomo sono scienze “deboli”: non riescono a dare una spiegazione convincente dei comportamenti passati degli alunni, e non riescono a fare previsioni attendibili sui comportamenti futuri; non sono in grado di indicare se una strategia d’insegnamento, che è stata più produttiva di un’altra, potrà esserlo ancora.
E allora, era proprio a questo che volevano farci arrivare i responsabili delle politiche educative? Se è così bisogna ritenerli degli irresponsabili o, peggio, dei criminali pedagogici. Se non è così, se non era questo il loro scopo, sono degli incapaci e dei cretini. Ma a chi spetta garantire la salvaguardia della sicurezza pedagogica nelle scuole?
Forse all’interno dei sistemi educativi hanno agito degli “effetti perversi” non voluti, imprevisti e incontrollabili, difficili da eliminare, se non a costi molto alti (non solo in termini di “vil denaro”, che comunque non abbonda).
In realtà, un effetto del genere è estremamente e profondamente operante e consiste nel fatto che, nell’ecosistema globale, i sistemi della tecnologia e dell’informazione si evolvono a velocità supersoniche mentre i sistemi sociali, tra cui quello dell’istruzione, si evolvono a velocità “bradipiche” e “restano indietro”. A questo si aggiunga la tendenza conservatrice che opera, per sua natura, all’interno del sistema dell’istruzione: il professore spiega e gli allievi devono ripetere? e più ripetono pedissequamente, più sono bravi; la creatività viene poco gradita nei fatti, anche se a parole costituisce una componente del pensiero che viene sponsorizzata come panacea di tutti i mali pedagogici. “Non si può essere lungimiranti e prevedere che cosa può uscire dal cervello di un Einstein quando sarà grande; è più facile essere cortimiranti e bocciarlo in matematica quando è ancora giovane”.

Maurizio Pagliari

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