Una scelta severa che taglia ogni sostegno al tentativo di minimizzare

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Il commento

Il decreto con cui Papa Francesco chiude di fatto – venti mesi dopo l’arresto – il processo canonico intentato nei confronti di don Marco Mangiacasale è un segnale fin troppo evidente della gravità dei fatti che lo hanno visto coinvolto.
Per un prete la “dimissione dallo stato clericale” è la più grave delle pene sul piano disciplinare, quella che di fatto toglie la dignità e i compiti del ministero. Dal momento in cui l’ex-economo della Diocesi di Como ha firmato il decreto che

gli è stato notificato alcuni giorni fa, egli è tornato a essere, senza alcuna possibilità di ricorso, il signor Mangiacasale Marco. Non “riduzione allo stato laicale”, come impropriamente si continua a dire (secondo l’espressione del vecchio Codice), ma dimissione da uno stato che dentro la Chiesa caratterizza soltanto un servizio più grande. Questo fatto suscita sconcerto e dolore in una comunità cristiana, ma rappresenta anche un punto di forza per la Chiesa (quella di Francesco in perfetta continuità con quella di Benedetto), che dimostra di essere capace di esercitare la misericordia senza sfuggire alla pratica della giustizia.
La conclusione del processo canonico con un decreto del Papa dice subito che la vicenda è stata considerata di particolare gravità. E non è vero che questo esito era l’unico possibile. La Congregazione per la Dottrina della Fede, sul cui tavolo era giunto l’incartamento dell’indagine diocesana, avrebbe potuto affidare al vescovo di Como il giudizio finale, oppure chiedergli di comminare una determinata pena; avrebbe potuto decidere direttamente; ha, invece, scelto di deferire il caso alla sovrana volontà del Papa, il cui decreto non ammette ricorsi.
Vuol dire che si voleva una soluzione non solo giusta, ma veloce e definitiva. Tale decisione, dunque, taglia ogni sostegno a quell’opera di minimizzazione del caso Mangiacasale che, purtroppo, in questi due anni ha serpeggiato anche negli ambienti clericali ed ecclesiali, quasi che si trattasse di esagerazione della stampa e di imprudenza nell’aver fatto uscire allo scoperto una vicenda torbida, che ora il Papa giudica con cotanta severità.
La questione della “inopinata diffusione” del contenuto del decreto papale ha sicuramente versanti comprensibili che riguardano il vincolo di segretezza a cui sono tenute le parti in causa. Ma ci si deve chiedere se la fame di pubblicità non sia la reazione – anch’essa comprensibile – a un mai sopito desiderio di “silenzio”.
Del resto, la vicenda era già ampiamente pubblica e il sapere che il processo canonico ha addirittura superato in velocità quello penale è una notizia da non tenere nascosta, perché fa bene alla società.
E fa bene anche alla Chiesa.

Nella foto:
La parrocchia di San Giuliano, a Como, dove abitava don Mangiacasale

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