Cronaca

UNA SENTENZA DA SCRIVERE SUI FATTI

di DARIO CAMPIONE

L’attesa di tutti
Ha scritto Umberto Galimberti che «le morti sul lavoro non appassionano, i morti sulle strade sono dati per scontati, i morti per malasanità fatti rientrare nelle statistiche, i morti per droga confinati senza pietà nel ghetto dei disperati».
Soltanto gli omicidi in famiglia o «tra famiglie» suscitano uno «spasmodico seguito nelle aule dei tribunali – dove la gente si accalca alle cinque del mattino per potervi assistere – e nelle trasmissioni televisive, che finiscono per essere più

seguite delle fiction di successo e dove non è la pietà per i morti o per i sopravvissuti a tenere incollata la gente allo schermo, ma il gusto cupo della trama macabra». Il sottosuolo della nostra anima è scosso sempre in profondità dal sangue e dalla brutalità dell’uomo della porta accanto.
La paura di ciascuno è il riflesso della nostra insicurezza. Ma anche la coscienza della nostra vulnerabilità.
La strage di Erba è stato tutto questo, un delirante gesto di violenza e un racconto talvolta insensato – tanto era bestiale e disumano – sfociato in un atto liberatorio: la sentenza di ergastolo, che l’opinione pubblica ha accolto come necessaria, inevitabile, scontata. E giusta.
Anche per questo motivo, a poche ore dall’apertura del processo di Appello, l’ostinazione con cui la difesa di Olindo Romano e Rosa Bazzi insiste sull’innocenza dei coniugi di Erba non trova, nella gente, alcuna giustificazione. D’istinto viene rigettata l’idea che il pronunciamento della Corte d’Assise di Como possa essere ribaltato. Magari grazie a una perizia psichiatrica, che certamente la difesa chiederà ai giudici di secondo grado.
Nulla è scontato, ovviamente. Ma chi ha seguito il primo processo sa che difficilmente a Milano si potrà cambiare ciò che è stato deciso a Como. Anche perché sul cammino dell’Appello si eleva un ostacolo insuperabile, il corpo martoriato di Mario Frigerio. Sopravvissuto alla strage. L’uomo che dal banco dei testimoni ha guardato in faccia Olindo Romano dicendogli: «Sei stato tu».
Come ha scritto un ex presidente della Corte Costituzionale, la giustizia non è questione di opinioni. Nemmeno l’opinione della maggioranza e perfino della totalità può trasformare in giusto l’ingiusto o in vero il falso, Contano i fatti. Le prove.
Contano gli uomini. Le loro azioni. E la sentenza della Corte d’Assise d’Appello sarà scritta sui fatti. La strage di Erba attende giustizia. Bisogna punire il male e riconoscere gli assassini. Ridare pace alle vittime e ai loro familiari. Per quanto possibile.

 

17 marzo 2010

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