Un’azienda che ha fatto la storia del latte in Italia

Mario Carnini: «A casa, in una bacheca, conservo la prima licenza di mio padre»
Ieri è finita un’epoca. Il latte Carnini non viene più prodotto a Villa Guardia. Lo stabilimento di via Rimembranza diventa polo logistico. In pratica, un magazzino. Così ha deciso Lactalis Parmalat, che nel 2006 ha acquisito il marchio comasco.
Ne parliamo con Mario Carnini, 82 anni ben portati, figlio del fondatore e, nel 1957, artefice con i suoi fratelli del salto di qualità industriale. «A casa, in una bacheca, conservo la prima licenza di mio padre – ricorda – Iniziò nel 1929 in
sella a un cavallo che trainava un carretto. Riforniva le latterie di Como con bidoni e secchielli. Quando scoppiò la guerra fu incaricato dal prefetto di approvvigionare la città. Al volante di un furgone partiva per le stalle della Bassa Bresciana dove prelevava il latte. Se c’erano i bombardamenti, si buttava a terra e cercava riparo. Ogni tanto una mitragliata gli forava i recipienti?».
Altri tempi, epici e oggi inimmaginabili. La famiglia Carnini si è forgiata così. Il capostipite veniva dalla Valtellina, da Ravoledo, frazione di Grosio, verso il Passo di Verva. Nel 1912 scese a Como. Un vero viaggio. «Ho conosciuto il cavallante che portò i nonni e i loro figli fino a Colico. Da lì, a bordo di un comballo, giunsero al porto di Sant’Agostino, poi a Casarico, frazione di Montano Lucino». Scarpe grosse e cervello fino, come si suol dire. E pochi anni dopo ecco già l’acquisto di un’azienda agricola a Prato Pagano, tra Casnate e Grandate. «L’atto con la firma di mio nonno recava la data del 10 dicembre 1918. Una settimana dopo, il 18, lui moriva a causa dell’influenza “Spagnola”. Aveva 41 anni. Lasciava la moglie e cinque figli, più un quinto in arrivo. La nonna strinse i denti e tirò avanti senza vendere un metro di terra». Storie da “Albero degli Zoccoli”, il film capolavoro di Ermanno Olmi.
Venne la volta della nuova generazione. Stefano Carnini, padre di Mario, scelse il latte. Si unì ad altri lattai dei paesi vicini e assieme a loro fondò il consorzio. Andò avanti fino al 1957, quando il Consorzio Agrario ottenne il diritto di privativa per dare vita alla centrale agraria di Como. Carnini era fuori dal Comune capoluogo, sia pure per una manciata di metri. Da quel momento in poi, per la famiglia di origine valtellinese divenne possibile vendere latte soltanto nei paesi. Il signor Stefano cambiò ramo d’attività, dedicandosi a prodotti chimici: i primi smacchiatori. Intanto, in concomitanza con lo sviluppo industriale, i contadini e gli allevatori sceglievano la fabbrica. Le stalle si svuotavano. Iniziava l’era del latte sterile. Il giovane Mario Carnini, però, non si diede per vinto e insistette sulla vecchia via: «Girai paese per paese per convincere i lattai a tenere il latte fresco. Dai quattro clienti giornalieri di allora, nel tempo arrivai a 5mila, più 2.500 bisettimanali o trisettimanali. Poi iniziai con gli altri prodotti, come burro e insalate».
L’azienda che ebbe la sua sede a Villa Guardia si serviva di un centinaio di stalle nelle province di Como, Lecco, Sondrio, Varese e Milano. Quando giunse al top arrivò a produrre mille quintali di latte al giorno e a un fatturato di 94 miliardi di vecchie lire.
L’Università Bocconi, di cui Mario Carnini era stato allievo abbandonando poi gli studi per dedicarsi totalmente al lavoro, lo invitò a fare il testimonial di un master. «Mi chiedevano qual era il nostro segreto. Risposi che me lo spiegassero loro, se lo sapevano?», dice oggi con una buona dose di modestia e autoironia. In realtà il segreto c’è e, senza troppo insistere, viene a galla. «L’imprenditore dev’essere come una finestra aperta. Basta avere un po’ di attenzione e fare proprio il motto di Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura”? Non serve grande intelligenza, ma tensione al progetto sì. E non ci si deve risparmiare mai».
Nacque così l’idea del “fresco”, ciò che doveva caratterizzare un prodotto dalla vita breve e, quindi, da sottoporre a trattamento veloce. «Ebbi sempre la consulenza dell’Università su igiene, controlli, tecnologie?».
In azienda lavoravano tre dei sei fratelli della terza generazione Carnini, ognuno delegato a un diverso settore. «Il fatto che tra noi ci fosse massima fiducia fu un grande elemento di successo. Andavamo d’accordo ed eravamo convergenti sulle priorità. Un altro dato positivo venne dal nome e dall’immagine del prodotto». E qui Mario Carnini, senza darsene l’aria, sale in cattedra ed elenca: «Individuabile, caratterizzabile, distinguibile. Insomma, un brand constatabile».
Da ultimo, ma non per importanza, il marketing: «Fu fondamentale fare conoscere i nostri prodotti e le loro caratteristiche, tenerle ben vive».
Da ieri, tutto questo non fa più capo a Villa Guardia.
Lactalis Parmalat ha spostato la produzione in provincia di Bergamo. Qualche rammarico c’è, oltre al grave problema dei 21 dipendenti del reparto produttivo adesso in cassa integrazione. «Sì, è il rammarico di un’inversione della filosofia su cui io avevo puntato: latte prodotto, raccolto, lavorato, distribuito qui, tutt’intorno nel Comasco. Per me questo è stato anche un modo di manifestare riconoscenza al territorio in un rapporto di dare-avere. E poi, che bello, vedere a Villa Guardia, da maggio a novembre, due pullman al giorno di studenti e di gente in visita aziendale».

Marco Guggiari

Nella foto:
A Stefano Carnini, che avviò l’attività nel 1929, succedette nel 1957 il figlio Mario, affiancato da due fratelli. Per la produzione di latte si avvalsero di un centinaio di stalle (foto Fkd)

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