Uno scatto in avanti contro la rassegnazione

opinioni e commenti di marco guggiari

di Marco Guggiari

L’iniziativa del circolo Willy Brandt ha avuto il merito di riaprire il dibattito sull’urbanistica a Como. In particolare, sulla necessità di avere una visione di città e di provare ad agire. È un sasso tirato in piccionaia. Nessuno si illude che, a breve, avvenga una trasformazione ampia, significativa e visibile. Tutti sperano, però, che qualcosa inizi a muoversi. È interessante che, per una volta, il ragionamento non sia limitato all’area ex Ticosa, ma venga inserito nel più ampio contesto dell’asse che parte da San Rocco e arriva fino allo stadio. L’idea del boulevard è suggestiva, anche se a breve destinata a non avere seguito. Rimanda però all’aspettativa che questa lunga strada fatta di vie anonime, percorse numerose volte ogni giorno per andare e venire il più velocemente possibile, un giorno possa avere un volto. E sarebbe sorprendente, in prospettiva, se la Ticosa, lo stesso “buco nero” che segna gli ultimi quarant’anni di storia della città, fosse colmato proprio allargando lo sguardo; trovasse una soluzione di senso in una chiave identitaria più ampia. A volte succede. Realismo vuole  che non si muoverà foglia fino a quando non sarà risolta la questione della mobilità: la vecchia “tangenziale” è destinata allo scorrimento delle auto e a due lunghe file di parcheggi finché non ci saranno altre soluzioni che, al momento, non sono à la carte. Si farà il secondo lotto della vera tangenziale? Si faranno gli autosili e i grandi parcheggi invocati e promessi? Occuparsi dell’asse San Rocco-stadio, però, è anche un modo per portare all’attenzione di tutti l’immagine della città. Como ha un cuore turistico pulsante altrove, poco lontano, tra il lago e la città murata. L’asse di cui parliamo, però, è insieme accesso e uscita obbligata. È il primo impatto con il capoluogo, non può limitarsi a respingere. Il suo riassetto passa da questioni irrisolte da troppo tempo. Non solo l’immenso comparto, sebbene oggi spezzettato, dell’ex Ticosa. Anche le altre aree industriali dismesse e inutilizzate. La Comodepur, che aggiunge un ulteriore senso negativo, l’odorato, al generale brutto senso visivo e uditivo di quasi tutto il resto. E poi, come già detto, naturalmente, il traffico preponderante, meglio diremmo totalizzante. E, come è stato accennato l’altra sera, la stazione San Giovanni, isolata e quasi estranea, oltre che di scomoda accessibilità dal piano sotto la collinetta ad anziani, persone fragili con bagagli, disabili. Non inserita direttamente e a pieno titolo, come invece avviene in altre città, nella vita dei luoghi limitrofi. I circoli culturali, insomma, fanno la loro parte. Ora tocca alla politica. È stato affascinante ascoltare gli esperti Tajana e Terragni, così diversi, così capaci di suscitare memoria ed emozioni. Lì, è stata la Como agricola, poi la Como industriale, con un ampio contorno tutto improntato a una logica precisa di servizio. Il Cosia, il fiume coperto, aveva catalizzato le due funzioni. Adesso, dopo la caduta di significato, è  tempo di un nuovo scatto in avanti. La vicenda futura non può contraddistinguersi per una rassegnata decadenza.

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