Uno sguardo alla storia per vincere le paure

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici

Sappiamo qualcosa ma non tantissimo sul coronavirus cinese di cui tanto si parla (non sempre con cognizione di causa). Quel che è certo è che la paura si contagia più rapidamente del virus e l’esito positivo della sua propagazione è direttamente proporzionale al grado di ignoranza dei soggetti. Un po’ di sana paura non guasta, l’importante è farle prendere la giusta direzione, che è quella di affidarci ai consigli e alle prescrizioni di chi in materia è più esperto della somma dei «io penso» raccattati qua e là. Un aiuto ad instradare la paura ci viene anche dalla storia.

Possiamo dire che le epidemie hanno accompagnato l’uomo almeno dal momento in cui sono sfuggite alla rete dell’interpretazione fatalistica del mito e della religione e sono entrate nel racconto storico, cioè da quando qualcuno si è preso la briga di descriverle il più fedelmente possibile, facendo riferimento ai fatti. Il primo storico che si è occupato di un fenomeno epidemico grave, conosciuto come la «peste di Atene», fu Tucidide, 2450 anni fa. La descrizione che lo storico greco fa della peste è precisa quanto un referto medico e non si limita ad enumerare i sintomi e gli effetti sul corpo ma si allarga alle ripercussioni psicologiche, etiche e sociali. Ciò che sorprende noi uomini del XXI secolo è la totale impotenza nell’affrontare un nemico invisibile e sconosciuto, che costringeva ad abbandonare i malati invece che curarli.

La stessa sensazione si ha dalle conoscenze che abbiamo di altre tre famose epidemie del tempo antico. Quella che colpì l’impero romano tra il 165 e il 180 d.C. – presumibilmente di vaiolo – provocò circa cinque milioni di vittime. Una ripresa forse delle stesso virus tra il 251 e il 266 fece 5mila morti al giorno. Infine, la prima manifestazione della peste bubbonica che colpì l’impero romano in disfacimento nel 541 ebbe una mortalità del 50% e fu una delle cause principali del crollo demografico avvenuto nel VI secolo. L’epidemia veniva da lontano, dalla Mongolia e dalla Cina, e tornò in Europa ottocento anni più tardi, nel 1348, in quella pandemia che è conosciuta come la «morte nera»: in poco più di tre anni morirono venti milioni di europei, quasi un terzo della popolazione del continente e metà della popolazione nella penisola italiana. L’isolamento dei malati nei «lazzaretti» fu una misura empirica che si dimostrò lungimirante anche come occasione di cura e favorì lo sviluppo di una sorta di sanità pubblica fino ad allora sconosciuta.

C’è ancora un’ultima tragica pandemia da ricordare, la più grave della storia dell’umanità, quella conosciuta come «spagnola», un virus influenzale che si diffuse nella fase finale della prima guerra mondiale nel 1918 e i cui effetti furono disastrosi: un miliardo di persone furono colpite e ne morirono tra 50 e 100 milioni. È passato un secolo e dobbiamo riconoscere che negli ultimi cento anni sono stati fatti passi giganteschi nelle scoperte medico-scientifiche e nelle politiche socio-sanitarie dei Paesi del mondo (anche se non in tutti allo stesso livello). Quindi, guardando la storia, dovremmo essere meno angosciati, invece sembra che il progresso ci abbia resi più insicuri e più fragili. Forse anche perché più vicini, essendosi annullate le distanze tra i popoli. Anche i virus si muovono più velocemente e continuano a mutare. Proprio come noi.

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