Uso e abuso del referendum

opinioni e commenti di giorgio civati

di Giorgio Civati

Freschi di referendum on line del Movimento 5 Stelle per far decidere alla “base” se mandare a processo oppure no il vice premier leghista Matteo Salvini, può essere il momento  di ragionare sul senso di quella che chiamano democrazia partecipata, democrazia diretta, democrazia on line, di quella tendenza a non decidere e a far decidere ad altri. Anche su temi complicati, difficili da comprendere, magari scientifici e per i quali servirebbe un voto ragionato e non di pancia. Del referendum come arma o paravento, della consultazione della gente che tutto dovrebbe sapere e tutto dovrebbe legittimare. O che, interpellata, si sente importante e quindi “regala” consenso e voti a chi la consulta, chiunque sia e qualsiasi argomento ci sia in ballo. Partiamo dall’attualità: ma davvero quei cinquantamila che hanno votato pro o contro il processo a Salvini rappresentano l’Italia? Su una popolazione di quasi 60 milioni di italiani, potevano davvero dettare la linea? La risposta ci pare ovvia: quei voti non hanno un valore generale. Non si tratta però di una prassi interna solo al Movimento 5 Stelle. È una tendenza che si diffonde.  Sacrosanto strumento il referendum, sia detto chiaramente. Ma utilizzarlo oltremisura ci pare esagerato. Dalla politica nazionale ai fatti di casa nostra, per esempio, a Como qualche mese fa è stato organizzata una votazione, o raccolta di idee se volete, via web  per tentare di decidere che fare della piattaforma a lago, in piazza Cavour, su cui poggiava la biglietteria della Navigazione. Risultato, una manciata di indicazioni  tra il banale e l’ovvio. Qualche decina di pareri e niente più. È certamente vero che in Svizzera il referendum è prassi consolidata: al di là del confine si fa votare la popolazione spesso e su qualunque argomento e le cose sembrano funzionare.  Ma, appunto, è la Svizzera. Altra cultura civica, altre abitudini, altra storia. In Italia invece la situazione ci sembra molto differente. Anche perché tutti noi, italiani, quando veniamo interpellati, abbiamo almeno un paio di difetti di base. Siamo tendenzialmente egoisti e quindi pensiamo più al nostro interesse che al bene generale. E spesso siamo disinformati, specie su questioni tecniche o scientifiche o anche economiche.  Chi governa, o semplicemente amministra, da Roma passando per Como e fino  all’ultimo paesino, ha il compito, spesso gravoso, di decidere. Delegarlo ad altri è un tradimento del proprio ruolo, un atteggiamento che magari porta consenso ma che difficilmente porta lontano.  E la ricerca del consenso, magari a mezzo referendum su Internet, non è quello che dovrebbero fare amministratori pubblici e politici.

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