Usurai in azione in città e in provincia: tre arresti della guardia di finanza di Como

Indagine Gdf

C’erano i ristoratori in difficoltà, non in grado di far fronte alle spese, nonostante le belle attività aperte tra Como, i paesi del lago e la Brianza; c’era il barista, con i tavolini affacciati sulle acque del Lario ma con cambiali sempre più pressanti; c’era il commercialista travolto dai buchi delle società che gestiva. Ma c’era anche l’uomo afflitto dal vizio del gioco che con le carte si è venduto la casa, il separato che doveva staccare assegni alla moglie, e pure un uomo appena uscito di prigione e in grande difficoltà economica. Era questa la platea cui si rivolgevano i tre indagati arrestati ieri dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Como, su esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere (per due) e ai domiciliari firmata dal giudice delle indagini preliminari Carlo Cecchetti.
Inchiesta – condotta dal pm Pasquale Addesso – nata dalle vicende che mesi fa avevano portato a scoperchiare un ampio giro di false cooperative. Tra gli indagati di allora era finito anche il commercialista Bruno De Benedetto, che nel rispondere alle domande del magistrato, aveva pure scoperchiato un vasto giro di usura che gravava sulla città e su tutta la provincia, in cui pure lui era caduto. Per il solo De Benedetto, ad esempio, i prestiti ammontarono a un milione di euro, con un impegno alla restituzione che aveva toccato il milione e 600 mila euro.
Da questo incipit, sono nate le indagini che ieri mattina hanno portato agli arresti.
Nei guai sono finiti Paolo Barrasso, 58enne residente a Como, Gabro Panfili, 74enne di Laglio, e Giovanni Gregorio, 82enne residente a Bellagio. Sono accusati a vario titolo di usura, ma anche di aver svolto una illecita attività finanziaria (Barrasso e Panfili) e di estorsione e agevolazione della permanenza illegale in Italia di una donna della Nigeria (Gregorio).
Quest’ultima fu infatti fatta assumere in modo fittizio come cameriera in un hotel del centro città, e il suo stipendio (abbondante, anche solo per il fatto che la donna non lavorò un solo giorno) sarebbe stato per la Procura parte del profitto dell’attività di usura.
Sarebbero tredici le vittime del trio di usurai, che agiva ognuno per proprio conto. Tra questi, come detto, imprenditori, professionisti, ma anche dipendenti e semplici cittadini o pensionati.
Tassi che potevano arrivare in alcuni casi anche al 600% su base annua.
Era stato lo stesso De Benedetto a raccontare il giro di usura: «Chiesi inizialmente 10 mila euro, e me ne fecero restituire 12 mila nel giro di tre mesi. Le somme mi furono consegnate nel mio ufficio di via Giulini a Como. Firmavo assegni a garanzia, che mi venivano restituiti ogni volta che effettuavo il pagamento». Con una parte di questi soldi il commercialista avrebbe pagato anche i debiti che aveva con il Comune di Como tramite delle sue società, le stesse che poi finirono nel giro dell’inchiesta della Procura. Per altre vittime il giro di restituzione dei soldi prestati era diverso, e mirava – sempre secondo la tesi della Procura – a entrare in possesso degli immobili degli usurati, sparsi tra Como, Capiago Intimiano, Alzate Brianza, Cadorago, Argegno e Inverigo. I profitti accertati per ora sarebbero di 390mila euro per Barrasso, di 200mila euro per Gregorio e di 258mila euro per Panfili.

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