Va bene perdere la Canalis, ma non lo stile Zambrotta

Parole come pietre di Marco Guggiari
«Sembra un rendering», un’immagine simulata a computer. È stata questa la battuta pronunciata l’altro giorno da un collega durante la riunione di redazione alla vista del lungolago verde. Siamo così poco abituati a situazioni nuove e, in ogni caso, migliori di quelle a cui rimandano aree abbandonate e cantieri fermi che stentiamo a credere.
Se c’è un punto che va a merito di Gianluca Zambrotta è invece proprio questo: aver consegnato ai comaschi una cosa reale. Gradevole, agibile, fruibile

. Là in fondo qualcuno riderà, ma questi anni ci hanno insegnato che tutto è relativo e accontentarci del “provvisorio” è sempre meglio del classico pugno di mosche.
Un calciatore partito dall’oratorio di Rebbio, diventato ricco e famoso, ha messo di tasca propria un sacco di soldi, quanti altri guadagnano a stento in tutta la vita, per la sua città. Non vale dire che, data l’opulenza, lo sforzo è stato relativo. Altri non scuciono un euro e girano al largo. Se Zambrotta ha ricevuto, tanto o poco, per il fatto di essere comasco e adesso pensa di dover restituire qualcosa alla sua città, grazie e tanto di cappello.
Potremmo osservare, sconsolati, che in Italia – e il Lario evidentemente non fa eccezione – le opere arrivano quando si mettono di mezzo i Vip, gente di sport o dello spettacolo. Ribaltiamo l’obiezione: perché l’ente pubblico invece non ce la fa?
Adesso siamo in debito noi. Vediamo almeno se da domani, quando il lungolago aprirà, sapremo tenerlo in ordine e pulito. Incuria e vandalismi, stavolta, suonerebbero come una definitiva condanna. Perdere la Canalis va bene, ma lo stile Zambrotta no, sarebbe masochista.

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