Valle Intelvi, fabbrica del Rococò: la grande avventura di Diego Francesco Carloni

Un'opera del Carloni esposta a Salisburgo

Un’opera del Carloni esposta a Salisburgo. Nel borgo di Scaria, in Valle Intelvi, nel primo Settecento, la ricostruzione e la decorazione del presbiterio della chiesa parrocchiale di Santa Maria videro compresenti Giovanni Battista Carloni e i suoi due figli, Diego Francesco e Carlo Innocenzo.

In quest’opera in cui «l’interagenza fra pittura e scultura appare totale», i Carloni, illustri maestri nativi della valle, profusero il loro impegno in fasi successive di lavoro, legate ai ritorni a casa invernali che si intervallavano alle permanenze nei grandi cantieri europei che li videro protagonisti.
Nella chiesa della nativa Scaria, operando come di consuetudine in complementarità con il fratello Carlo Innocenzo, autore degli affreschi, Diego Francesco, «senza vincoli di committenza, con il desiderio di mostrare l’aggiornamento del proprio linguaggio», esegue la centrale “Gloria dello Spirito”, le preziose corniciature dei dipinti, le coppie di angioletti, dando luogo a «un’esplosione rocaille di straordinaria intensità» che ha in sé «tutto l’edonismo rococò e un’ormai compiuta maturità artistica».
È questa una pagina emblematica dell’approfondita visitazione dell’opera del maestro intelvese compiuta dallo studioso Andrea Spiriti, docente all’Università degli Studi dell’Insubria di Como e Varese, che ha di recente promosso una rivista internazionale sugli “artisti dei laghi”, nel suo recente volume Diego Francesco Carloni da Scaria e la nascita del Rococò, edito da Umberto Allemandi & C., con la collaborazione dell’associazione intelvese Appacuvi.
L’autore, attraverso un’indagine sistematica e approfondita, con sistematiche verifiche sul posto, esami tecnici, riscontri documentari, ricognizioni bibliografiche, intende attestare il ruolo primario avuto dal Carloni nell’affermarsi del Rococò, riconducendo la figura dell’artista, precisa Claudio Strinati nella prefazione al volume, a quel «mondo dei laghi lombardi, delle immense famiglie di fabbricatori di opere d’arte ramificate in mille direzioni (…) le quali (…) propagano le loro esperienze e portano le loro competenze là dove sono richieste (…) in un costante andirivieni (…) da e verso la propria patria».
La precedenza di Diego Francesco Carloni nell’elaborazione del nuovo stile, rispetto alla via ritenuta predominante, quella francese, si colloca in quel contesto mitteleuropeo e asburgico in cui fiorisce l’attività degli artisti dei laghi e nel cui ambito, a partire dalla seconda metà del Cinquecento, si va sempre più affermando l’utilizzo dello stucco scultoreo per le figurazioni.
Diego Francesco Carloni, quinto di nove fratelli e sorelle, nasce a Scaria nel 1674, da Giovan Battista Carloni e Taddea Maddalena Allio.
Architetti, scultori, scalpellini, stuccatori, i Carloni sono attestati in quei decenni a Passau e a Vienna, in Stiria, in Baviera e a Praga, con la peculiarità di un «progressivo emergere, all’interno di una tradizione dinastica di architetti, di una vocazione alla scultura in stucco»,
Se è probabile che il piccolo Diego Francesco sia rimasto a Scaria con la madre fino all’età di 10 anni, l’autore Andrea Spiriti ritiene ipotizzabile una sua partecipazione, a modo di stage formativo, al «più importante, innovativo e formativo cantiere a cui potesse aspirare un giovane intelvese: Santa Cecilia di Como».
Nella chiesa commissionata dagli Odescalchi- Rezzonico per la celebrazione, nella città natale, del trionfo viennese del 1683 di Innocenzo XI, il maestro intelvese Giovanni Battista Barberini, di Laino, creava in quegli anni «una macchina tardobarocca che nei dettagli (e in specie nella sterminata angelologia) intuisce già istanze prerocaille».
Altra figura di riferimento per Diego Francesco Carloni nella direzione del nuovo stile fu Baldasar Fontana da Chiasso (1661-1733), attivo allora in Moravia nel palazzo vescovile di Kromeriz.
Dopo i primi soggiorni a Passau al seguito del padre Giovan Battista, il viaggio a Roma negli anni 1694-94 e il matrimonio con Maria Francesca Allio, l’artista intraprende le esperienze che, in una serie di prestigiosi cantieri d’Oltralpe, lo renderanno protagonista della rivoluzione rocaille.
Nel convento agostiniano austriaco di Markt Sankt Florian, scrive Andrea Spiriti, nella «minuscola hauskapelle nasce il rococò: … fatto di una sensibilità della grazia capace di metabolizzare i registri del comico e del melodrammatico».
L’opera di Carloni proseguirà a Salisburgo, al monastero benedettino di Lambach, alla basilica di Waldsassen e alla chiesa dei Carmelitani a Linz, poi nei cantieri di Rattenberg, Passau, Markt Sankt Florian e Wagram, che lo vedranno impegnato nel cruciale anno 1712, fino alle grandiose imprese di Ludwisburg, Kremsmunster e Weingarten (1715-25).
L’eleganza, la levità e la bellezza dell’immenso lavoro artistico di Diego Francesco Carloni, oggetto di sistematiche, accurate descrizioni nel volume a lui dedicato, possono essere conosciute ed apprezzate anche grazie al prezioso apparato fotografico e al cd che correda il libro e illustra la campagna sistematica delle opere realizzata da Ernesto Palmieri, presidente dell’associazione culturale intelvese Appacuvi.
Il grande scultore e decoratore intelvese, ormai anziano, interverrà un’ultima volta, nel 1741, sulla facciata della parrocchiale di Scaria, nella quale «l’eleganza dei decori … e delle stesse statue è in voluta dialettica con la sprezzatura, grazie alla quale la morfologia manieristica e barocca viene riassemblata in un insieme affascinante perché inverosimile…».
Un ultimo lascito alla sua valle, dove una croce di ferro lo ricorda, insieme al fratello pittore Carlo Innocenzo, nei pressi della sepoltura, avvenuta nel 1750 vicino alla chiesa dei Santi Nazario e Celso.

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