Valsolda, marito e moglie «accettarono la corruzione»

palazzo di giustizia como

Marito e moglie – lei tra l’altro già consigliere comunale in un comune della provincia di Como, quindi bene a conoscenza «delle incompatibilità» dell’ex sindaco di Valsolda con cui era in contatto per realizzare un terrazzino contro le normative vigenti – «hanno accettato il patto corruttivo», ben sapendo «che quell’intervento edilizio non era possibile» e con una «intensità del dolo evidente».
Non solo, una volta scoppiata l’inchiesta sul sistema di mazzette che faceva capo allo studio dell’ex primo cittadino Giuseppe Farina – che con il suo aiuto sistemava per l’accusa pratiche e procedure – marito e moglie avrebbero «violato le prescrizioni domiciliari usando il telefono della figlia per parlare tra loro», in un chiaro «tentativo di nascondere la verità» e soprattutto senza «mai mostrare il minimo ripensamento per la condotta tenuta». Sono parole molto pesanti quelle usate dal giudice dell’udienza preliminare Carlo Cecchetti per motivare, nelle scorse settimane, le condanne in Abbreviato a carico di una coppia rispettivamente di 62 anni (lui) e 53 anni (lei).
La sentenza, nonostante lo sconto di un terzo in seguito al rito, era stata di 3 anni e 6 mesi a testa, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e un risarcimento in solido al comune di Valsolda quantificato in 30mila euro.
Secondo l’accusa, i due coniugi «committenti dei lavori» tramite l’aiuto dell’allora primo cittadino, avrebbero consegnato (questa è la tesi del pubblico ministero Pasquale Addesso) una mazzetta da 1.500 euro per la realizzazione di un’opera ritenuta abusiva («consistente in un terrazzo») in una «zona con vincolo paesaggistico» che dunque ne impediva la realizzazione. L’episodio si inseriva nella più vasta operazione che il 21 febbraio 2019 aveva portato all’esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare che aveva coinvolto più persone che ruotavano attorno allo studio tecnico dell’ex primo cittadino di Valsolda.
Marito e moglie, nonostante abbiano sempre negato, secondo il giudice avrebbero espresso una «piena adesione all’ipotesi corruttiva». In una intercettazione, all’avviso che per risolvere la questione serviva dire «una mezza bugia», la risposta della donna fu: «Per me non c’è problema».

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