Vendere i “gioielli di famiglia”. Scelta obbligata per il Comune

Interventi e repliche

 Come ogni autunno si avvia la discussione sul prossimo bilancio del Comune di Como. Il contesto economico è drammatico: mancano soldi non solo per fare investimenti ma anche per mantenere i servizi che il Comune eroga per i cittadini. Sarà così anche per i prossimi anni in assenza di crescita economica e di una diversa forma di tassazione a copertura dei servizi dei Comuni: la famosa service tax. In questo contesto è evidente che non si può non ragionare anche della vendita di beni di proprietà del Comune per fare cassa. Dal momento, però, che tutta la prima legislatura del sindaco Lucini sarà accompagnata da questi problemi economici, anche a causa della pessima precedente gestione del suo predecessore e del centrodestra comasco, credo sia utile che la giunta non si muova autonomamente, ma sia il consiglio comunale, con una apposita delibera di indirizzo, a indicare alla giunta quali beni e servizi dismettere e quali mantenere, nonché quale uso fare delle risorse ricavate dalle alienazioni ed esternalizzazioni. È questo un dibattito importante che deve vedere il consiglio comunale protagonista, facendo precedere la sua decisione da una approfondita informazione e consultazione della cittadinanza comasca. Personalmente credo che tutto ciò che attiene alla gestione di beni comuni (nidi e risorse: acqua, gas, energia, trasporti) debba vedere il Comune, che altro non è che il rappresentante della comunità di persone che abitano un territorio, protagonista attivo o con gestioni dirette o con imprese da lui partecipate. Naturalmente la gestione di questi servizi deve essere, nei limiti di ciò che è possibile, attenta a non sprecare e a realizzare i migliori risultati economici e di servizio. Altre partecipazioni non strategiche e alcuni servizi (pensiamo ai parcheggi, ai cimiteri, alla manutenzioni di immobili e giardini, alle farmacie) possono essere vendute badando bene a costruire bandi attenti alla tutela dei lavoratori occupati ed al mantenimento dei servizi erogati nei quartieri coinvolti. Tra l’altro la dismissione di alcune attività può essere l’occasione per fare crescere una economia sociale e un sistema di cooperative locali che hanno dimostrato nei fatti attenzione all’occupazione e alla qualità dei servizi. Tra amministrazione comunale e realtà di economia sociale può e deve aprirsi un confronto positivo per cominciare a pensare, come avviene a Lecco e in altre province, a forme di coprogettazione e di collaborazione attiva nell’erogazione di servizi sociali “a km zero”. Ben venga, quindi, una discussione in consiglio comunale che, coinvolgendo maggioranza e opposizione, dia indirizzi precisi su cosa vendere e quali servizi esternalizzare e su come utilizzare (personalmente penso alla priorità di nidi e servizi sociali) le risorse ricavate dalla alienazione di beni e partecipazioni.
Fausto Tagliabue

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