Venosto Lucati, storia di un comasco coerente innamorato di Volta e della sua città

Venosto Lucati

Quante vite ha vissuto Venosto Lucati? All’interno della sua unica esistenza, conclusa quando non era ancora 70enne, il poliedrico studioso comasco ne ha in realtà vissute più d’una. In guerra (Spagna, Jugoslavia, Africa) e in prigionia (duecento settimane); nella Biblioteca comunale (quarant’anni, iniziando come fattorino e finendo da vicedirettore e reggente); al Tempio Voltiano, come attivissimo conservatore. La città gli ha intitolato lo spazio antistante proprio la Biblioteca.
Quest’anno ricorrono trent’anni dalla morte di un uomo semplicemente innamorato di Como, della sua storia, dei suoi concittadini illustri.
Scrittore, tra i suoi libri figura “Iconografie ed epigrafie di Alessandro Volta”, che include tutte le immagini e le epigrafi esistenti sul grande comasco, frutto di uno straordinario lavoro di ricerca. Lucati fu poi pubblicista, poeta, umanista, filologo, dialettologo. Con l’aiuto dei figli, Clelia e Augusto, ne riscopriamo i tratti della personalità e ripercorriamo le tappe del suo appassionato impegno.
Iniziamo proprio da qui: come nasce la passione di Venosto Lucati per Como?
«Nasce, prima di tutto, dalla sua più generale passione per la storia che lo spinse, da autodidatta, a conseguire il diploma di maestro quando era già padre di famiglia e a raggiungere un certo livello culturale».
In casa, con voi, emergeva questo suo desiderio di comensità e di ricerca?
«Era di indole molto riservata, però si coglieva questo forte interesse. Gli piaceva il dialetto e tutto ciò che riguardava la storia di Como».
La sua non fu una vita facile: andò in guerra e fu a lungo prigioniero. Parlava di questo periodo?
«Poco. Ogni tanto, di domenica, capitava che avesse ospite qualche commilitone ed era affascinante ascoltare in silenzio il racconto delle imprese vissute e dei fatti accaduti. Di certo, ha pagato un prezzo elevato per quegli avvenimenti: in salute e non solo. Era diventato ingombrante…».
La Biblioteca ebbe per lui un significato e un valore preponderante. Come considerava il suo lavoro?
«Lo amava molto, era lo scopo stesso della sua vita. In Biblioteca poteva svolgere ricerche, scoprire rarità. Molti si rivolgevano a lui anche per tesi di laurea. Era decisamente rigoroso».
Quali erano gli altri tratti del suo carattere?
«Il suo rigore lo portava a pretendere molto, anche in senso culturale, da se stesso e dagli altri. Poi era uno spirito caustico. E, infine, come emerge anche dalle vicende di guerra, gli si poteva tranquillamente applicare il motto “Mi spezzo, ma non mi piego”…».
Vale la pena ricordare che Venosto Lucati, impegnato nel Genio Guastatori “Verbano”, si distinse sul campo di El Alamein e resistette con fierezza al duro trattamento a cui fu sottoposto da un ufficiale inglese che lo interrogò dopo la cattura.
Schiaffeggiato, costretto in piedi per ore sotto il sole, resistette senza cedere. Di lui, con affettuosa ironia per il carattere schivo che lo contraddistinse, il maggiore Paolo Caccia Dominioni, suo comandante, scrisse: “Nessuno ha mai visto sul petto di Venosto Lucati, sergente, anch’egli asso di Tobruk e di Mamarica, le due medaglie d’argento che egli ha avuto la civetteria di accoppiare a due belle ferite”.
Vostro padre fu anche tra i fondatori della Famiglia Comasca. Era un modo per ancorare sempre di più il suo sentimento di forte appartenenza?
«Sì, certamente. Quando una persona è curiosa ed è aperta verso la propria città, è portata anche a sostenere iniziative. Poi, com’era suo costume, si è defilato. Non amava mettersi in vetrina».
I comaschi che hanno illustrato questa terra sono stati al centro dell’attività di Venosto Lucati. Tra loro, inevitabilmente, Alessandro Volta. Fu vostro padre a scoprire il celebre dipinto di Giuseppe Bertini che descrive l’incontro tra l’inventore della Pila e Napoleone Bonaparte. Come avvenne il ritrovamento?
«Sappiamo soltanto che lo trovò e che poi Montedison, in qualità di ultima proprietaria, donò il quadro al Comune di Como per il Tempio Voltiano».
Non solo, fu grazie a vostro padre che ai tempi della lira, la banconota da diecimila, raffigurava Alessandro Volta e il Tempio…
«Scrisse a tutti, i suoi scambi epistolari con la Banca d’Italia furono decisivi. Fu un gran giorno quello della prima emissione delle banconote “voltiane”. Eravamo tutti entusiasti».
Come visse invece l’incarico di conservatore del Tempio?
«Gli fu assegnato dopo il pensionamento, nel 1971. Svolse il nuovo compito fino alla morte, avvenuta nel 1985. Ne fu assorbito completamente per la manutenzione delle teche e per l’intensità delle ricerche su documenti del passato».
Non avete mai pensato di raccogliere in modo completo l’opera letteraria di vostro padre: non soltanto i libri che scrisse, ma anche articoli su giornali e riviste e altri scritti?
«Qualche volta abbiamo considerato questa possibilità. La nostra mamma, Maria, desiderava che lo facessimo, soprattutto per le poesie di papà, alcune delle quali erano espressione del suo spirito caustico. Ma non ne abbiamo fatto niente. Sarebbe un lavoro estremamente ponderoso. In compenso, quando troviamo qualche scritto di papà tra le bancarelle di un mercatino, l’acquistiamo sempre».
Classe 1916, vostro padre morì a 69 anni. Qual è, secondo voi, il suo lascito ai comaschi?
«Come per molte persone, anche nel suo caso è sceso l’oblìo… Il suo ultimo ex libris, del resto, è illuminante di una realtà già chiara, lui vivente: “Mecum tantum et cum libellis loquor”… Come scriveva Plinio il Giovane: “Parlo soltanto con me stesso e con i miei libri”».
E a voi, cos’è rimasto più di ogni altra cosa di Venosto Lucati?
«Un incredibile esempio di modestia, perché i suoi meriti sono indubbi per il lavoro svolto, ma è sempre stato dietro le quinte. Poi la coerenza, come stile di vita, tutt’uno con il suo rigore morale».
Marco Guggiari

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