Vent’anni fa Di Pietro dava l’addio alla toga. L’ex pm racconta il suo periodo comasco

Vent’anni fa, il 6 dicembre 1994, l’addio alla magistratura. Il gesto con il quale sfilò la toga dalle spalle, nel giorno della requisitoria al processo Enimont, è entrato nella storia recente di questo Paese. “Lo sceriffo è stato disarmato. I ladri di bestiame esultano. Nel saloon la festa può ricominciare”, scrisse l’indomani Enzo Biagi sul “Corriere della Sera”, alludendo a corrotti e corruttori.
Da lì in poi, Antonio Di Pietro, protagonista della stagione di Mani Pulite, fece politica. Fu deputato, senatore, ministro, parlamentare europeo ed ebbe il suo partito: l’Italia dei Valori.
Da Montenero di Bisaccia, piccolo Comune molisano in provincia di Campobasso dov’è nato, ne ha fatta di strada: operaio immigrato in Germania, studente e poi laureato in giurisprudenza, segretario comunale in provincia di Como, commissario di polizia, magistrato. Oggi, all’età di 64 anni, si è preso una pausa di riflessione.
Chiacchieriamo dei suoi anni comaschi, lontani ma vivi nella memoria. E, inevitabilmente, di lotta al crimine e di politica.
Lei venne sul Lario, giovane segretario comunale a Pigra e a Blessagno. Quali anni erano?
«Era il 1979, io ero già sposato e avevo trovato casa a Lurago d’Erba. In precedenza ero stato impiegato nell’Aeronautica civile. Il lavoro statale concedeva tempo libero, così mi laureai. Prima di partecipare al concorso da commissario, feci domanda per segretario comunale al prefetto di Como. Fui inviato come supplente, poi vinsi il concorso. Senza nulla togliere a chi oggi è segretario comunale, all’epoca questa figura aveva funzione diverse. Era un garante presso il Comune, valutava solo la legalità degli atti?. Oggi è un esperto che consiglia per il bene della legge. I sindaci vogliono, anche giustamente, un aiuto in via preventiva. Ma siamo alle solite: se il controllore è scelto dal controllato?».
Com’era la gente dei due piccoli paesi della Valle Intelvi dove lei esercitò il suo mandato?
«Conoscevo tutti personalmente, per cui stare in mezzo alla strada aveva un senso. Ciò che mi amareggia di più è che oggi non ci si conosce nemmeno tra vicini di casa. La società isola molto. A Pigra e a Blessagno mi trovai bene; c’era un rapporto tale per cui anche se ero “terrone” non c’era alcun fenomeno di rigetto? Lo sfottò reciproco era simpatico. Ricordo i consigli comunali: sia io, sia la gente del posto parlavamo l’uno per gli altri lingue strane? Ma il rigetto venne dopo e mi lasci aggiungere che apprezzo quanto ha detto Matteo Salvini pochi giorni fa, riconoscendo che la Lega sbagliò a creare una questione tra Nord e Sud».
Può dire di aver imparato qualcosa dalla gente dei piccoli paesi di montagna?
«La parola data. Se qualcuno diceva: “Vengo domani”, così era. Per tutto, a partire dalle cose più semplici. E i cittadini di Pigra e Blessagno pagavano le tasse comunali senza battere ciglio. Non ricordo multe o conflitti».
Lei parlò dell’umanità e dell’umiltà di un sindaco di Blessagno che si occupava di tutto?
«Posso dire bene di tutti e due i sindaci di allora. Quello di Pigra, Mariano Ceschina, era la classica persona simpaticissima, dotata di un gran vocione: sembrava di essere in piazza e invece si era nel suo ufficio; la signora Nilla Lanfranconi Gandolfi, sindaco di Blessagno, era invece più madre di famiglia. Anche maggioranza e opposizione esistevano soltanto su temi concreti. Lo scontro ideologico non c’era».
E dei comaschi in genere cosa ricorda?
«Ho frequentato la zona di Inverigo, Lambrugo, Lurago d’Erba. Qui, dove andai ad abitare, gli inquilini cercavano un amministratore condominiale e lo feci io, presi anche il patentino di conduttore di caldaie. Conobbi tanta gente di tanti edifici della zona? Non ebbi mai questioni con i condomini. Non ricordo un solo sfratto, né un’azione legale per omesso pagamento di una rata condominiale. C’era molto rispetto».
La stagione di Mani Pulite finì simbolicamente con quel suo gesto di togliersi la toga davanti alle telecamere, esattamente vent’anni fa. Oggi non crede che, alla luce di fatti ormai quotidiani, la corruzione sia anche peggio di ieri?
«Mani Pulite è stata da tutti vissuta come una grande vittoria. Io, con il senno di poi, dico che è stata una grande occasione persa per il Paese. Noi magistrati eravamo come medici nel reparto di radiologia: accertammo, il tumore, peccato che poi furono curati i medici anziché il male… Il virus era il sistema corruttivo. Io volevo rompere l’interesse con due cose: il reato di falso in bilancio e la contestazione del reato di corruzione. Per tutta risposta vi fu un’ingegnerizzazione del sistema: di fatto sono state eliminate entrambe le cose e così sono stati tolti i bisturi ai chirurghi. Poi non si è intervenuti sul reato di prescrizione. E pensare che basterebbe una legge di due righe che preveda all’articolo 1 il ripristino del reato di falso in bilancio e di concussione per induzione e all’articolo 2 che la prescrizione non scatti più a partire dal rinvio a giudizio. Una legge scritta in “dipietrese” basterebbe».
Un’ultima domanda. Lei ha percorso la politica in pochi anni a tutti i livelli. Oggi qual è la vera difficoltà?
«Che chi fa politica non viene scelto e non deve rispondere al popolo. C’è un altro aspetto: Mani Pulite fece crollare la Prima Repubblica, ma in vent’anni di transizione abbiamo assistito a una totale assenza di ideali e di progetti. Così il consenso non si è aggregato intorno a un ideale o a un programma, ma a personaggi, anche come me e faccio autocritica, che hanno avuto un’impennata e poi una curva discendente. Da buon contadino io sono sereno, perché mi ripeto: “Accontentati, hai vissuto il tuo tempo”. Ho ricevuto molto, non ho rancore né invidia. Ma non si può continuare ad aggregare il consenso attorno a un personaggio. D’altronde, la società politica è figlia della società civile?».

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