I personaggi del Corriere

Verdi e il Lago di Como raccontati dal musicofilo

Luigi Monti e la sua straordinaria collezione di dischi e grammofoni
A precisa domanda sulla definizione che darebbe di sè risponde pronto: «Musicofilo». Le sette note, declinate nelle forme del melodramma, dell’operetta e della canzone italiana nelle origini, sono la sua vita. E in qualche misura, come nel percorso di un fiume che viene da lontano, segnano anche i suoi ascendenti.
In lui la passione sfocia pure nel lavoro di assistente amministrativo nella biblioteca del Conservatorio di Como. E in una sterminata collezione di dischi («quelli schedati sono

8.389», dice con orgoglio), grammofoni, libretti e spartiti.
L’occasione del nostro incontro è l’imminente anniversario della morte di Giuseppe Verdi, scomparso a Milano il 27 gennaio 1901. Per Luigi Monti il grande compositore di Busseto è un’icona e di lui traccia volentieri i trascorsi anche lariani.
Classe 1958, precisa subito: «Data di nascita il 26 marzo, il giorno successivo a quello in cui nel 1867 nacque Arturo Toscanini».
Come si è affacciata la sua passione per la musica?
«Grazie alla nonna paterna, che viveva con noi in via Rovelli, in centro città. Da bambino mi mise su questo tavolo, cantandomi “Un bel dì vedremo” della Butterfly. Ne fui immediatamente folgorato».
Altri indizi?
«Un bisnonno sguattero, poi diventato chef, che andava gratis nel loggione della Scala. Forse fu presente alla prima dell’Aida di Verdi… Poi, un nonno per parte materna che suonava la cornetta nella banda di Cadorago e a casa, di sera, dirigeva il coro delle due figlie…».
E, Dna a parte, come si sviluppò la passione a livello personale?
«Da piccolo ruppi volontariamente un giradischi per vedere come suonasse. Poi, confesso, non mi piaceva dormire di pomeriggio e lo facevo soltanto a patto che io fossi coricato nel lettone con tutti i dischi intorno a me».
La casa dove Luigi Monti vive oggi con la madre, in via Bonomelli dietro la chiesa di San Giuseppe in Valleggio, è una specie di museo della musica.
Nel soggiorno è alloggiato un pianoforte davanti al quale campeggia lo spartito del Don Carlo di Verdi. Le migliaia di dischi che occupano tutte le pareti e ogni anfratto di un intero locale per lui sono semplicemente «i bimbi».
Per ascoltarli su giradischi e grammofoni si reca spesso a Torino dove recupera puntine che l’Inghilterra tuttora fabbrica, anche se «per bloccare la tela dei quadri di stampa nell’industria tessile».
Tra le sue chicche più esclusive c’è un fonografo del 1899 a cilindri di cera, perfettamente funzionante, come attesta la riproduzione dimostrata lì per lì. Altro reperto d’epoca, una radio di ragguardevoli dimensioni datata 1924.
Racconti della sua attività canora.
«Nel 1992 ho fondato, assieme ad alcuni amici di Varese, il Trianon Caffè Concerto con l’intento di riproporre canzoni d’epoca negli arrangiamenti originali, a partire dal 1847, anno in cui fu composta Santa Lucia, la prima tradotta dal napoletano in italiano».
Agganci comaschi sulla canzonetta?
«Quella italiana è nata proprio a Como, in piazza Duomo. Giuseppe Rampoldi e Ramiro Borella scrissero la prima vera canzone italiana che si distacca da quella napoletana. Si intitola Come una coppa di champagne ed è datata 1921. La nostra terra è del resto ricca di compositori. Penso a Virgilio Ranzato, a Rampoldi (per i bambini), Borella, Somalvico, Mulazzi, Argene Garancini, Berra (il decano), Umberto Zeppi, i due fratelli Baragiola, loro musicisti, Nino Ravasini, Mario Restelli. E, naturalmente, Nino Cantoni, di cui ho curato una monumentale biografia».
Altra sua grande passione è l’operetta.
«Sì, mi ci sono dedicato anche grazie a Elena D’Angelo, che io definisco la più grande soubrette italiana. A Villa Erba abbiamo rappresentato il gala dell’operetta, forma d’arte oggi negletta e abbandonata da tutti, ma per la quale io nutro un amore smisurato. È figlia dell’opera lirica e per interpretarla al meglio occorre un’orchestra di almeno 60 musicisti».
Parliamo del melodramma.
«Scoprii i libretti d’opera all’età di 9 anni, alla festa della Candelora. Li vidi e me ne innamorai. Me li feci prestare e non li restituii mai più. Il primo che lessi era il Mefistofile di Arrigo Boito».
Inevitabile, finalmente, l’approccio a Verdi, che Monti definisce “il Padre” di un’ipotetica trinità musicale.
Il maestro morì a 87 anni in un appartamento al primo piano del Grand Hotel et de Milan, in via Manzoni, vicino alla Scala. Durante la sua agonia, durata quattro giorni, i milanesi rivestirono la strada di paglia affinché le ruote delle carrozze e gli zoccoli dei cavalli non disturbassero troppo l’illustre malato.
Il funerale avvenne con il trasferimento del feretro di Verdi al Cimitero monumentale dov’era sepolta la seconda moglie, Giuseppina Strepponi. In seguito, le due salme furono traslate alla casa di riposo per musicisti intitolata a Verdi.
Al Senato, Antonio Fogazzaro, che celebrò la Valsolda, commemorò il maestro e simbolo del Risorgimento italiano. Prima dell’Unità d’Italia, quando riecheggiava trionfale il nome di Verdi, i dominatori austriaci non si rendevano conto che ciò corrispondeva anche a un preciso codice: “Vittorio Emanuele Re d’Italia”, come ricorda Matteo Collura, autore dello splendido libro Eventi (Longanesi, 1999), nel capitolo dedicato al compositore di Busseto.
Monti, esistono riferimenti comaschi di Verdi?
«Certamente. Verdi era legato da un contratto ed era anche in amicizia con i Ricordi. Era spesso ospite a Villa Margherita, la dimora che aveva a Griante (in frazione Maiolica, ndr) la famiglia a cui si deve la più antica casa editrice musicale italiana».
E sul lago trovò ispirazione per suoi capolavori…
«Si dice che abbia composto proprio qui la Traviata (1851-1853), ma è difficile che sia andata effettivamente così. Al più potrebbe aver scritto sul Lario qualche nota».
Lei nutre una vera e propria venerazione per Giuseppe Verdi.
«È così. Nel 2001 ho partecipato al Verdi Day con il Conservatorio, rappresentando brani d’opera impressi in un cd di musica elettronica al Teatro Sociale. Io impersonai proprio Verdi, lasciandomi crescere la barba. Questo gigante è ben riassunto da Gabriele D’Annunzio, che di lui scrisse: “Diede una voce alle speranze e ai lutti. Pianse ed amò per tutti”. Del resto, assieme a Manzoni, Verdi era l’arte italiana».

Marco Guggiari

Nella foto:
Luigi Monti alla prese con un fonografo del 1899 a cilindri di cera (fotoservizio Sergio Baricci)
25 gennaio 2011

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