Lettere

Vere e proprie battaglie dentro e fuori gli stadi. Per combatterle occorre la certezza della pena

Il calcio è malato.
Negli stadi, oltre alle partite giocate, si scatenano vere e proprie battaglie tra i tifosi, che spesso degenerano al di fuori degli impianti sportivi. Addirittura gli ultimi episodi nel campionato di serie A dimostrano che la tifoseria ultras ha superato ogni limite.
Mina la sicurezza, condiziona i risultati, minaccia giocatori, allenatori, arbitri e presidenti (e le loro rispettive famiglie). Tanti di loro – coinvolti soprattutto nei campionati minori – preferiscono “lasciare” pur di non rischiare spiacevoli “sorprese” o una vita impossibile.
Di fronte a questa situazione insostenibile si è pronunciato addirittura il presidente dello Stato, Giorgio Napolitano, per dire con tutta la sua autorevolezza che si è superato ogni limite e occorre intervenire. Le regole già ci sono (pensiamo al Daspo), ma forse non bastano più. Occorre pensarne altre e, soprattutto, farle rispettare (e questo è un problema del Parlamento). Sugli spalti la gran parte degli “addetti ai lavori” vogliono far ritornare le famiglie (papà, mamme e bambini). Io – grande appassionato di questo sport – già da tempo non vado più allo stadio e proibisco a mio figlio di andarci. Con grande dispiacere.
Gianluigi R.

Risponde Agostino Clerici
La malattia organica del calcio è un’altra, ed è quella stessa che ha contratto dal mondo e che ha trasformato una sana pratica sportiva in una macchina per fabbricare successo e danaro. Ciò di cui parla il lettore è la violenza che nasce sul terreno delle contrapposizioni ideologiche, un male antico dell’uomo, che si è annidato anche nel mondo che gira attorno al calcio: le partite diventano così una ghiotta occasione per lo sfogo di pulsioni irragionevoli e violente. In una società come la nostra in cui basta un fiammifero per diventare incendiari, il tifo è una caldaia tenuta sempre accesa dalle infinite e quotidiane chiacchiere dei calciatori, degli allenatori, dei dirigenti, dei giornalisti, dei tifosi? Insomma, qualche “mea culpa” è necessario, perché i focolai che attizzano il fuoco sono molti e sotto la cenere cova sempre desiderio di vendetta verso l’avversario. Il violento ha bisogno di creare un campo di battaglia in cui ci sia un nemico da combattere, e il calcio regala l’opportunità di dargli un vestito, di identificarlo con una squadra?
Fatta questa premessa, lo spettacolo di vere e proprie azioni di rappresaglia pre-partita o post-partita che periodicamente i media ci offrono è davvero indecoroso e non più accettabile (come ha detto il nostro Presidente della Repubblica). L’episodio di Roma, prima della finale di Coppa Italia, è stato sintomatico. È facile dire che con certe masnade di facinorosi lo Stato non deve trattare. È facile dirlo, ma poi chi concretamente sul campo ha la responsabilità di salvaguardare l’ordine pubblico e la vita di migliaia di “tifosi normali” o di inermi cittadini che passano per strada e a cui magari il calcio non interessa, sa che di intelligenza da quelle parti ce n’è poca, e bisogna tenerne conto per cercare di evitare danni maggiori. A ciascuno il suo ruolo nel combattere questo fenomeno increscioso. Le Forze dell’ordine non hanno certo il compito più facile, perché sono spesso il comune bersaglio di odio che coalizza le pur opposte tifoserie.
Ebbene, sbaglia il lettore quando afferma che è un problema del Parlamento pensare le leggi e farle rispettare. Nel nostro Paese i poteri sono separati e indipendenti anche se collaboranti. Ricordo che sin dalle scuole elementari mi fu inculcato che il potere di fare le leggi spetta al Parlamento, il potere di fare eseguire le leggi al Governo, il potere di fare rispettare le leggi (e punire chi non le rispetta) ai giudici. Di leggi si continua a farne e a disfarne. Si può migliorare, ma non me la sentirei di dire che la legislazione non c’è o è carente. Qualche dubbio in più ce l’ho sul fatto che queste leggi siano fatte rispettare e che sia veramente punito chi non le rispetta: su questo terreno c’è troppa confusione e aleggia un falso pietismo di maniera. A caldo ci si straccia le vesti di fronte ai racconti e alle immagini delle violenze, ma poi, a bocce ferme, c’è una frenetica rincorsa a scovare attenuanti e scusanti per quei comportamenti, e la durezza del dettato legislativo si discioglie – come spesso accade in Italia – nella totale incertezza della pena.

18 Maggio 2014

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