Verso il ballottaggio, Mario Landriscina: «Se vinco smetto di fare il tuttologo»

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«In questo momento provo sentimenti del tutto contrastanti: da un lato, stanchezza, e sarebbe ipocrita non ammetterlo; dall’altro lato entusiasmo. Per ciò che ho imparato e per le moltissime persone che ho conosciuto e che mi hanno fatto scoprire una città che non conoscevo».
Mario Landriscina racconta gli ultimi giorni della «seconda» campagna elettorale, la corsa verso il ballottaggio al quale è arrivato dopo aver vinto, con il centrodestra, il primo round in città.
Se la sente di fare un bilancio, o è ancora presto?
«Per i bilanci è presto. Dico che in questi mesi ho toccato con mano aspetti di cui non sapevo nulla, altri che conoscevo. Ho un po’ di amarezza soltanto per toni, modi e stili che non mi erano consueti. Ma tutti si sforzano di spiegarmi che è normale».
La politica è fatta di parole talvolta un po’ forti.
«Le parole forti, se sono in linea con i fatti, non mi danno fastidio. Ma ho subìto qualche bordata personale di pessimo gusto».
A che cosa si riferisce?
«Uno degli attacchi che hanno fatto soffrire di più anche con la mia famiglia, mi è stato mosso ingenerosamente sui bambini, sulla questione dei minori non accompagnati. Parole che mi hanno fatto schifo. Ognuno cavalca le cose come vuole, ma questo mi ha dato molto fastidio. E poi c’è un’altra questione».
Dica.
«Ho visto molta gente migrare dall’uno all’altro candidato, tentando di guadagnare posizioni e giurando su una montagna di bibbie fedeltà poi clamorosamente negate».
Faccia qualche nome.
«No, sono un signore e nomi non ne faccio. Alcuni sono sotto gli occhi di tutti. Trasformisti che mi avevano giurato “non farò mai questa cosa” e poi invece l’hanno fatta. È un mondo sui generis».

Il trasformismo è un classico della politica italiana, Depretis insegna.
«Guardi, uno può anche rivedere le proprie posizioni, ci sta. Ma la coerenza dev’essere – come dire – annunciata, ragionata e dimostrata. Cambio idea o resto qui per queste ragioni».
Il suo avversario ha già indicato metà della giunta. Lei invece ha scelto una strada diversa.
«Sono convinto che sia stato giusto così. Affronterò il tema dell’esecutivo qualora dovessi vincere. Peraltro, ho già detto alle forze politiche della mia coalizione che il tema delle deleghe, e quindi delle persone da mettere in giunta, viene dopo il programma. E poi, mi piace che la gente si dia da fare e tiri fuori il meglio di sé, senza pensare alle poltrone».
Se dovesse vincere nominerà una giunta “paritaria”, metà donne e metà uomini?
«Penso di sì, peraltro la legge in parte lo impone. Ho già alcuni nomi in testa, ma non ho messo in fila i paletti. Dico però che la parità di genere dev’essere sostenuta da passione e competenza. Mi hanno fatto fare abbastanza il tuttologo, è una cosa che detesto».
Teme l’astensionismo o pensa che possa favorirla?
Lo temo molto, vorrei invece che tanta gente si riappropriasse del governo della città anche se giudico che non sia facile. L’antipolitica e la diffidenza verso chi governa sono questioni cruciali».
Pensa al successo di Alessandro Rapinese?
«Rapinese ha fatto un lavoro fantastico e ha raggiunto un risultato storico per la sua lista e per la città, tuttavia ancora una volta si conferma il fatto che una lista civica da sola non ce la fa. Il limite del progetto civico è la presupposta autosufficienza».
Che cosa farebbe nei primi 100 giorni di governo se dovesse vincere il ballottaggio?
«Ho molte idee ma vorrei prima avere certezze sulle disponibilità reali a bilancio».
Un intervento preciso?
«Rimettere in moto la macchina comunale che si è inceppata. Ho già contattato qualche persona per coprire i posti da dirigente, ma vorrei soprattutto ascoltare pezzo per pezzo la macchina comunale, capire che cosa non va e per quale motivo».
Terrà la delega al personale?
«Non lo so, vedremo. Spero di trovare disponibilità a ragionare. So che in municipio c’è voglia di riscatto, punto molto su questo».
Che cosa pensa dell’asfalto sui lastroni di piazza del Popolo? Perché Como non ama la sua storia?
«Forse perché è distratta da temi che sembrano più incombenti o impegnata in azioni che, si pensa, dovrebbero o potrebbero portare a risultati più immediati. Abbiamo personalità importanti che probabilmente bisognerebbe ascoltare con più attenzione».
L’altroieri lei è stato nominato di nuovo al vertice di Areu. Se dovesse vincere lascerebbe il Sant’Anna?
«Certamente sì, una complessità del genere merita il tempo pieno. Se dovessi dividermi tra i due incarichi farei male entrambi».
Da. C.

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