Vestivamo alla comasca

Etnografia – Domani alle 18.30, a Villa Gallia, la presentazione della ricerca di Giulia Caminada promossa dall’amministrazione provinciale
La storia del nostro territorio fatta attraverso la storia e le trasformazioni dei vestiti e dell’abbigliamento in genere, accessori compresi.
È il Vestiario popolare lariano, il libro di Giulia Caminada edito da Nodo Libri che verrà presentato domani, venerdì 23 settembre, alle 18.30, a Villa Gallia, sede dell’amministrazione provinciale in via Borgovico 143 a Como, ente pubblico che ha sponsorizzato e fortemente voluto questa ricerca (ingresso libero).
L’appuntamento rientra anche nell’ambito del programma degli eventi dell’iniziativa “Fai il pieno di cultura”, che la Regione Lombardia offre da alcuni anni.
Il Vestiario popolare lariano è uno spaccato dei vestiti più usati tra i contadini, i pescatori, i piccoli commercianti, il popolino, insomma, nelle valli del Lario e in Brianza nel corso di quasi un secolo e mezzo.
Parlare di vestiario popolare è molto impegnativo. I vestiti, ovvero il materiale principale per una ricerca di questo tipo, semplicemente non ci sono più: nel tempo si sono distrutti o sono stati trasformati in altro, tende, coperture, soprattutto stracci.
Ecco perché la storia popolare, la storia di come i nostri avi vivevano, si fa soprattutto attraverso gli oggetti di uso quotidiano, mentre è molto difficile reperire capi di abbigliamento.
Il libro ha concentrato la sua attenzione sul periodo 1811-1950. Il perché ce lo spiega la stessa Giulia Caminada, ricercatrice con una decina d’anni di esperienza nello scavare nel passato delle nostre zone: al suo attivo, diversi libri pubblicati sulla lingua e sulla cultura della Valcavargna e della Vallassina. Tra questi, un vocabolario dialettale di Barni e il volume Lasnigo tra libri e memoria.
«Nel 1811 – dice la ricercatrice comasca – il direttore generale della pubblica istruzione del Regno italico, Giovanni Scopoli, chiese ai docenti dei licei e ai prefetti dei vari dipartimenti di raccogliere informazioni di carattere etnografico sulle popolazioni del Regno. Egli chiese l’invio di illustrazioni appositamente eseguite riguardanti le “Foggie di vestire che si usano ancora dagli abitanti delle campagne”, sollecitò relazioni sulle costumanze, i pregiudizi e i dialetti degli abitanti e sulla tipologia delle abitazioni rurali. Le relazioni scritte sono conservate presso le “Carte Scopoli” della Biblioteca comunale di Verona, mentre i bozzetti dei costumi popolari sono raccolti presso la Civica Raccolta Bertarelli di Milano».
Per quanto riguarda Como e il Lario la Raccolta Bertarelli custodisce ancora soltanto i bozzetti di un vestito tipico dell’Altolago, e più precisamente delle zone di Sorico, Gera Lario, Germasino.
Non si sa se questo fu davvero l’unico esemplare mandato dal funzionario che compilò il questionario mandato da Scopoli, e nel caso quale fu il motivo di tale scelta, o se semplicemente gli altri bozzetti sono andati persi. Questo abito, comunque, testimonia anche i forti legami tra le popolazioni dell’Altolago e la Sicilia, in particolare il Palermitano. Il fulcro di questi legami è il culto di Santa Rosalia, che i numerosi lariani emigrati a Palermo per lavorare nei cantieri dei principali edifici, monumenti e chiese del capoluogo siculo hanno portato con loro al ritorno a casa.
A metà del secolo scorso, invece, è arrivato a compimento un fenomeno che era iniziato, in realtà, cento anni prima: l’avvento della moda e della fotografia, due fattori culturali che hanno profondamente influenzato il modo di vestirsi.
«La fotografia consentiva anche nei centri più piccoli di “vedere” come le donne si vestivano in città e paesi lontani – commenta l’autrice della ricerca, Giulia Caminada – la moda iniziava quel fenomeno di distacco del vestito da simbolo di appartenenza, ci si vestiva in un certo modo perché parte di un ceto sociale, di un gruppo, di una comunità, come strumento per l’espressione di una personalità. Da necessità sociale a cui non ci si poteva sottrarre, insomma, il vestito diventava scelta del tutto personale, anche di rottura. Un cambiamento giunto a completamento alla metà del Novecento».

Franco Cavalleri

Nella foto:
Contadina di Menaggio in uno scatto dei primi anni del Novecento. Sotto, gruppo di donne di Premana

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