Viadotto dei Lavatoi, una storia tutta italiana

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di Marco Guggiari

La folle impresa del conducente ubriaco, che martedì scorso ha violato e infranto con il suo camion le barriere del viadotto dei Lavatoi, rilancia il problema di questa struttura. L’uomo, nell’impatto, ha rotto il serbatoio di carburante e ha percorso il manufatto, cospargendone la superficie di gasolio. Risultato: viadotto chiuso a tutti per alcune ore e conseguenze immaginabili sul traffico. Al di là del fatto contingente, qui si conferma un punto fragile della già provata viabilità comasca. Un passaggio che richiederebbe una soluzione urgente. Invece dovremo attendere ancora molti mesi, almeno tutto quest’anno, nella migliore delle ipotesi, prima di vedere operativo il cantiere. La vicenda, oltre che farci arrabbiare e lasciare l’amaro in bocca, insegna molto. Assurge a modello negativo di come vanno le cose in questo Paese. Vediamo rapidamente perché. L’opera è iniziata nel 2000 ed è stata inaugurata il 31 maggio 2003 dopo alcune sospensioni dei lavori e varie proroghe.

Primo punto: in Italia non esistono tempi certi per la realizzazione di un’infrastruttura pubblica. Mai. Poi, come tutti sanno, la via di collegamento tra Oltrecolle e Canturina è stata chiusa ai mezzi pesanti il 4 luglio 2017 a causa dell’evidenza di problemi tecnici. Questi, però, secondo le carte della successiva inchiesta, erano emersi fin dal 2008. All’epoca, il consulente del Comune capoluogo scriveva in proposito di una situazione che deve “essere necessariamente e rapidamente risolta”. Invece sono poi passati nove anni. Ecco il secondo punto: le segnalazioni dei tecnici stentano a trovare risposte rapide ed efficaci. Prevale un’insostenibile lentezza. Il nuovo sindaco Mario Landriscina si è trovato tra le mani fin dal giorno del suo insediamento una patata bollente ereditata da altri. Lo scorso 18 dicembre ha assicurato a Etv che il livello di attenzione sullo stato della bretella è elevato e che un crescente numero di strumentazioni ne garantisce il monitoraggio. Ma c’è un ma ed è il terzo punto di questa emblematica storia.

Non è tecnicamente possibile ricorrere alla cosiddetta somma urgenza, vale a dire a un intervento immediato. È l’Italia obsoleta, quella per cui c’è sempre tempo… Ciliegina finale: il professor Giorgio Malerba, un’autorità in materia, incaricato nell’estate 2017 di valutare le azioni necessarie per la messa in sicurezza, aveva esaminato il progetto del viadotto e messo nero su bianco che “i contenuti della relazione non corrispondono alle caratteristiche dell’opera come riscontrata in sito”. Questo è il quarto e, per ora, ultimo punto. Il mistero delle difformità. Una storia davvero tutta italiana.

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