Viadotto, tutto tace. Ecco il peggio

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di Marco Guggiari

Torniamo al Viadotto dei Lavatoi, sul luogo dei nostri guai, anche se siamo consapevoli di farci del male. È chiuso ai mezzi pesanti dal 4 luglio 2017 e, nonostante le promesse e gli impegni presi, i lavori di consolidamento non sono iniziati nemmeno nel mese di febbraio che finisce oggi. È così per numerosi lavori a Como: attesa, programma d’intervento, date, rinvii, riproposizione del problema, annunci di nuove date, ulteriori infiniti rinvii. Una lentezza indefinita ed esasperante a cui ci siamo nostro malgrado abituati, ma che genera comunque frustrazione e sfiducia.

Fin qui lo stato dell’arte, si fa per dire, di un’opera che ci è già capitato di ricordare come sia stata inaugurata il 31 maggio 2003, non cinquant’anni fa, e i cui problemi erano emersi, si è saputo, fin dal 2008, appena un quinquennio più tardi. E allora vediamo quale florilegio è emerso dalla risposta ai quesiti in vista di eventuali risarcimenti al Comune sulla base della relazione per l’accertamento tecnico preventivo assegnato dal Tribunale di Como. I due consulenti d’ufficio, esperti di Scienza delle costruzioni e del master di Ingegneria forense del Politecnico di Torino, riferirono di “vizi su quasi tutte le teste delle pile”, vale a dire sulle strutture portanti verticali del Viadotto, “riconducibili alle fasi di progettazione, di realizzazione dell’opera e di controllo”.

I due docenti hanno rilevato difetti di posa degli apparecchi di appoggio, errori nella fase di varo degli impalcati e nella fase di costruzione, e via elencando carenze e lacune progettuali e nella vigilanza sulla conformità delle opere al progetto. Una Caporetto, a cui si aggiunge la ciliegina finale della mancanza di un piano di manutenzione. Sconsolante una delle conclusioni: “È fortemente probabile che qualora vi fosse stata un’attività vigile di controllo durante i lavori da parte della direzione lavori o all’atto del collaudo statico i professionisti impegnati in tale attività avrebbero potuto già da subito rilevare i vizi e porvi rimedio. Allo stesso modo, qualora il Comune avesse provveduto alle ispezioni periodiche obbligatorie per legge, si sarebbe accorto immediatamente dei vizi e quindi avrebbe potuto facilmente evitare di mantenere in esercizio, per vari anni, un’opera potenzialmente molto pericolosa”.

Ci fermiamo qui, scusandoci per le citazioni, ma ne valeva la pena, anche se tutto, l’insieme di colpe e danni, è ormai prescritto: chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato. Emergono però altri quesiti, purtroppo destinati a rimanere senza risposta. Perché è stata affrontata un’opera simile con un approccio tanto approssimativo? Com’è avvertito a livello personale il concetto di responsabilità formale e sostanziale? Come mai di tutta questa vicenda non emerse nulla fino a 2017 inoltrato? E adesso che i buoi sono scappati, quell’esperienza negativa sotto più profili diventerà monito e cultura utile per il futuro? Da ultimo, dovremo attendere ancora molto tempo per avere certezze definitive sui lavori per la messa in sicurezza del Viadotto? Chiediamo una data certa e un cronoprogramma vero. I disagi saranno pesanti, ma leviamoci infine questo dente del giudizio. Non ha nulla da spartire con quello del buon padre di famiglia. Resta però severo giudizio.

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