I vicini di casa: «Gridavano “papà papà”, non siamo riusciti a salvarli»
Cronaca

I vicini di casa: «Gridavano “papà papà”, non siamo riusciti a salvarli»

Il posto qui è incantevole. Ci fosse il sereno, si vedrebbero il lago e i tetti della città.
Ieri però in via per San Fermo al civico 18, non era affatto sereno.
C’erano nuvole basse e nebbiolina, a nascondere il fumo di un dramma che taglia il fiato in gola al solo parlarne o scriverne.
I vicini di casa hanno gli occhi rossi. I vigili del fuoco – che pure nella loro vita di tragedie ne hanno viste tante – hanno volti che parlano senza pronunciar parole.
I primi a entrare nell’appartamento, soprattutto, ricorderanno per sempre questo maledetto 20 ottobre.
«Erano le 8.20 quando è arrivata in caserma la chiamata di soccorso – dice il comandante dei vigili del fuoco Luigi Giudice, che a metà mattina si ferma qualche secondo a parlare con i giornalisti – L’incendio era già diffuso in tutto l’appartamento. Abbiamo forzato le tapparelle dell’attico e siamo entrati». Il padre e i quattro figli erano in camera da letto. «L’uomo era senza vita, anche se senza ustioni evidenti. Con il 118 abbiamo cercato di salvare i bambini che erano tutti in arresto cardiaco». Pochi dubbi sul dolo, anche se la parola non viene mai pronunciata dal comandante dei vigili del fuoco.
«C’erano coperte accatastate, lenzuola, stracci. La porta della camera era aperta. Anche quella della casa». A buttarla giù a colpi di ascia, era stato un vicino nel disperato tentativo di entrare e salvare qualcuno.
«Ma non ce l’abbiamo fatta – dice – Abbiamo aperto la porta e il fuoco ci ha investiti. Non siamo riusciti ad entrare». «Ho visto il fumo che usciva dalla porta – ricorda la vicina di pianerottolo – Sono scesa e ho chiesto aiuto».
«I bambini gridavano “papà, papà” – aggiunge un’altra vicina sconvolta per l’accaduto e con la voce incrinata – C’era solo fumo. Non è stato possibile entrare nemmeno quando la porta è stata buttata giù. Sapevamo che la famiglia era seguita dai servizi sociali del Comune e dalla Fondazione Scalabrini».
La donna, fatta uscire in fretta dallo stabile e coperta solo di un accappatoio, chiede di poter rientrare in casa. Non si può. Al piano terra giace ancora il corpo del padre in attesa del cataletto. Fuori intanto le telecamere delle televisioni nazionali iniziato ad aumentare di numero, come pure i collegamenti con i telegiornali che battono la notizia.
Solo nel pomeriggio lo stabile di via per San Fermo al civico 18 verrà dichiarato di nuovo agibile.
Ci allontaniamo di qualche passo. Alziamo gli occhi all’ultimo piano. Poi guardiamo attorno. Tutto è splendido in questo angolo di città. I pini, la montagna, anche le case sono invidiabili, con un panorama unico. Soprattutto dall’alto. Immaginiamo la vista dal balcone dell’attico abitato dalle tre bambine e dal loro fratellino. Quello stesso balcone che accoglie le piccole – in una delle tante foto su Facebook postate dal padre – “abbracciate” alle ringhiere a guardar di sotto. I loro occhi sono sereni. Quello stesso balcone sul paradiso che ora è battuto dalle tute bianche della polizia scientifica in cerca di tracce per spiegare qualcosa che non può essere spiegato.
Mauro Peverelli

21 Ottobre 2017

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