Villa Erba, servono 2 milioni: golden share per i soci pubblici
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Villa Erba, servono 2 milioni: golden share per i soci pubblici

Due milioni. È la cifra minima che la società di gestione di Villa Erba cercherà, presto, sul mercato per rilanciare le proprie ambizioni e per far restare in vita il polo espositivo di Cernobbio.
Due milioni (ma meglio sarebbe se ne arrivassero 3) che dovrebbero entrare nelle casse attraverso un aumento di capitale al quale i soci pubblici non parteciperanno.
È questa la manovra sulla quale si lavora ormai da mesi e che ha fatto parlare, nei giorni scorsi, di «privatizzazione dell’ente fieristico».
In realtà, si tratta di una ricerca affannosa e incerta di capitali privati, destinati a ridare ossigeno a una società in costante perdita e incapace, con le risorse attuali, di mettere in campo le necessarie attività promozionali in grado di garantirle un aumento di fatturato.
La questione Villa Erba è complicata. Intreccia problemi di vario genere. E chiama in causa soprattutto la politica. Cui spettano decisioni non facili.
Il dato di partenza è l’asfissia finanziaria che da anni impedisce la crescita del polo espositivo. I bilanci si chiudono in perdita, il fatturato cresce ma di poco e i debiti sono continuamente rinegoziati per alleggerire gli ammortamenti. In queste condizioni, la società di gestione di Villa Erba non può investire un euro.
A ciò si aggiunge la sostanziale impossibilità dei soci pubblici di sostenere i conti. L’aumento di capitale di 2 milioni, deliberato ormai tre anni fa, non è stato mai sottoscritto ed è stato addirittura necessario “congelarlo” con un atto notarile per evitare problemi di natura contabile. In questo quadro a tinte fosche, l’unica soluzione percorribile, almeno a detta dei quattro soci pubblici – Comuni di Como e di Cernobbio, Camera di Commercio di Como e Provincia di Como – è la cessione di quote di capitale a un investitore privato. Con la garanzia del mantenimento di una serie di golden share affidate a una modifica statutaria – tuttora in divenire – basata sull’obbligo di maggioranze qualificate per le decisioni più importanti. In questo modo, i 4 enti pubblici potrebbero anche non avere la maggioranza azionaria della società di gestione e scendere sino a un 40% rispetto all’attuale 53,2.
Attualmente, il valore nominale delle azioni è di circa 16,5 milioni di euro. Ogni cosa, quindi, tornerebbe. A partire dai numeri.
Ma non tutto è così semplice. Intanto, c’è da chiedersi chi sarebbe disposto a mettere 2 milioni di euro in una società la cui esistenza è legata a una concessione pubblica.
Qui non si tratta di comprare Villa Erba o i padiglioni della fiera, ma di acquisire una quota minoritaria della società che gestisce il polo fieristico.
Potrebbe farlo – correndo un rischio d’impresa notevole – soltanto chi già opera nel settore. E ipotizzi di sfruttare eventuali partnership con Cernobbio per aumentare il proprio e l’altrui budget.
Negli anni scorsi ci ha provato Fiera Milano, che aveva addirittura siglato un contratto di sei anni di affitto di ramo d’azienda. Operazione finita nel nulla.
Inoltre, questo passaggio va comunque fatto transitando sotto le forche caudine di un bando pubblico. L’ipotesi della trattativa privata, che pure qualcuno caldeggiava, è stata messa da parte su indicazione degli uffici di Villa Saporiti, anche perché avrebbe probabilmente messo in seria discussione la sostenibilità della convenzione in atto tra la società di gestione e i proprietari dei padiglioni espositivi.
Se aggiungiamo a questo quadro il dato di un mercato della convegnistica non proprio in fase espansiva, si vede come l’operazione si poggi su gambe alquanto malferme.
La bozza del nuovo statuto dovrebbe essere pronta per la fine di luglio. E il bando per la ricapitalizzazione potrebbe essere pubblicato per la fine del 2018. Intanto la gestione va avanti. Senza risorse e con la speranza di un pareggio di bilancio tutto da verificare.

3 maggio 2018

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