Villa Olmo 2014. Il progetto di Gualdoni

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Grandi eventi – Il curatore della mostra “Ritratti di città”, che aprirà a fine giugno, illustra l’architettura della retrospettiva

La mostra “Ritratti di città” che aprirà dal 27 giugno a Villa Olmo e sarà visitabile fino al 16 novembre indagherà l’immagine della città moderna – tra utopia, mito e realtà – nell’arte italiana del XX secolo, comprendendo anche artisti del XXI. Ne abbiamo parlato con il curatore, Flaminio Gualdoni.
«La mostra avrà uno sviluppo cronologico. All’avvio del ’900, in Italia prevale un’idea tutta naturalistica della visione. Dopo il vedutismo settecentesco, la città non è più un

tema pittorico primario. D’altronde l’Italia non ha metropoli come Parigi o Londra e le sue vicende storiche la tengono lontana, sino al secolo scorso, dall’entusiasmo per la “vita moderna”, tutta urbana, che accompagna la nascita dell’Impressionismo. È con l’avvio del Futurismo che le cose cominciano a cambiare. Le periferie amate e descritte da Boccioni e Sironi, che contendono spazio al paesaggio rurale, sono emblemi del mutamento. Poi la città-macchina, la città-massa, da un lato diventa una constatazione esistenziale e dall’altro un’utopia, quella che ci regalano Depero, Sant’Elia e il secondo Futurismo. La città si fa spettacolo, senso dell’energia, immagine della vitalità e del movimento, ma allo stesso tempo ragionamento sull’architettura come spazio dell’uomo. Sino ai nostri giorni, quelli in cui è una sorta di habitat naturale, anche se sempre vissuto con lucido senso critico».
Quante le opere in tutto?
«Sono una settantina circa, e spaziano da Boccioni a De Chirico, da Sironi a De Pisis, da Depero a Soldati, da Prampolini a Aldo Galli, da Rosai a Morandi, per citare solo alcuni degli autori storicizzati. Il secondo dopoguerra è quello di Guttuso, Fiume, e della generazione di Pomodoro, Schifano, Merz, Somaini, Rotella. Si arriva sino ai giovanissimi come Giacomo Costa, Guaitamacchi, Presicce. Il confine critico considerato dalla mostra è quello della grande fotografia urbana con Ghirri, Basilico, Franco Fontana, e della ricerca radicale e creativa di architetti/artisti come Ugo La Pietra e Ico Parisi, grande comasco scomparso nel 1996».
Che tipo di competenze richiederà al visitatore questa mostra?
«Lo spettatore deve solo essere curioso, non serve una preparazione specialistica. Sono convinto che una serie di opere di alta qualità, scelte con criterio, dipani un racconto che, pur a livelli diversi di preparazione specifica, tutto il pubblico può trovare interessante. Inoltre sono in programma numerose iniziative documentarie e di approfondimento che consentiranno, a chi voglia, di sviscerare singoli aspetti del tema».
E quale contributo darà al bagaglio di conoscenze del visitatore medio?
«Nella città e della città viviamo, oggi. È il luogo delle nostre esperienze e delle nostre fantasie. È l’incrocio di una grande storia secolare, in Italia, e di un’attualità che non sempre comprendiamo e siamo disposti ad amare. Vedere come i grandi artisti del secolo scorso e degli inizi dell’attuale l’hanno ritratta, come leggere gli entusiasmi e le perplessità, è un modo per alimentare le nostre riflessioni e i nostri pensieri. Da sempre sono convinto che una mostra non debba essere una parata di opere di fronte alle quali inchinarsi con riverenza, ma una palestra di visioni che si fanno pensieri, discussioni, argomenti della nostra vita, intellettuale e non».
Secondo lei, quanti visitatori è lecito attendersi?
«Sono solo uno studioso che fa il curatore. Dunque non ho esperienza specifica di questi problemi. So che la sede espositiva è un luogo bellissimo in sé e che la mostra propone, oltre a un’idea critica, mi perdoni l’immodestia, solida e affascinante, un panorama di opere molto belle di autori importanti».
La ritiene una mostra “esportabile” e quindi da proporre ad altre città in forma itinerante?
«Queste sono questioni squisitamente organizzative. Certo è una mostra che potrebbe tranquillamente circolare: ma so che le amministrazioni pubbliche e le istituzioni culturali oggi sono neglette in termini economici, e dunque programmare con largo anticipo e con sicurezza un’iniziativa non è semplicemente possibile. Inoltre, le opere importanti vengono concesse in prestito sempre meno, e per periodi assai brevi: anche questa è una difficoltà quasi insormontabile, per una mostra che voglia itinerare».
Entrando nel merito della politica culturale del Comune di Como, come valuta il patrimonio d’arte della Pinacoteca di Palazzo Volpi e cosa farebbe per valorizzarlo, dato che ha un numero di visitatori estremamente esiguo?
«Non ritengo corretto entrare nel merito di argomenti che non mi competono. Vengo da una lunga storia di direzione di musei e posso testimoniare che in generale si tratta di questioni che, viste da dentro, sono assai più problematiche che viste da fuori. Soprattutto perché da noi il vezzo di chiedere alle istituzioni culturali risultati brillanti, ma senza essere disposti a investirci sopra, è assai radicato a ogni livello. La politica nazionale sta facendo esattamente questo: taglia ferocemente i fondi alla cultura, e pretende che contemporaneamente essa cominci a rendere anche in termini economici. Bizzarro, direi».

L.M.

Nella foto:
Due dipinti attesi nella mostra nella storica dimora. In alto, La giornata dell’operaio di Giacomo Balla. Sopra, Mattino di Umberto Boccioni

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