Vini “made in Lario”, eccellenze da tutelare tra Como e Lecco

Il consorzio

La filiera dell’enogastronomia è certamente una delle risorse più importanti del nostro Paese. Un ruolo determinante, con la sua nobile e ricca produzione, che contribuisce a incrementare i dati del nostro export, in questo settore se lo gioca sicuramente il comparto del vino.
A Como, dove storicamente la coltivazione della vite da vino non ha mai riportato risultati significativi, i numeri, ancora oggi, ci vedono infatti al terzultimo posto in Lombardia con 23 ettari coltivati e 700 ettolitri

di vino prodotti, peggio di noi solo le province di Varese e Monza. Eppure negli ultimi anni qualcosa in questo senso si è mosso, soprattutto dopo l’ottenimento del riconoscimento “Igt Terre Lariane”, avvenuto nel 2008 grazie alla volontà di sette aziende, di cui due facenti parte dell’area dell’Altolago di Como e le restanti dell’area di Montevecchia in provincia di Lecco.
Il consorzio di tutela si è fatto promotore dei lavori di identificazione del territorio, della ricerca storica relativa ai luoghi che hanno già conosciuto in passato la coltivazione della vite, degli studi dei terreni, delle uve, del microclima, dell’aria e dell’acqua.
Di fatto, in provincia di Como, esiste solo un vino con un minimo di riconoscibilità. Stiamo parlando del “Domasino”, il cui nome prende origine dal termine con cui venivano anticamente chiamati i vini provenienti dai terreni sovrastanti il comune di Domaso. Che queste terre d’acqua dolce e queste delizie di Bacco avessero storicamente una buona nomea lo dimostra anche il grande scrittore e regista Mario Soldati, da sempre innamorato del Lario, in un passaggio del suo libro Vino al Vino, una autentica Bibbia per tutti gli appassionati. Difficile dire se nei prossimi decenni la produzione lariana potrà conquistare nuovi spazi; la bassa vocazione del territorio non permette certo grandi sogni.
Ma la rinnovata coscienza della salvaguardia del territorio dedicato alla vigna sta passando anche da Como. Ricordiamo che nella vicina Valtellina, patria della “Chiavennasca”, un tempo erano dedicati a questo vitigno oltre 3.000 ettari di terreno e che oggi si lotta per mantenere vivi gli 800 che sono rimasti.

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