Lettere

Violenza insensata tra fantasia e realtà

La memoria, leggendo del fattaccio in stile Arancia meccanica di qualche giorno fa a Camerlata, torna a qualche anno fa: sto percorrendo dopocena la Cantonale verso Mendrisio quando si accoda un paio di fari. Insistenti. Intermittenti. Poi l’auto scura supera, si piazza davanti e rallenta. Rallenta. Rallenta ancora. Fino quasi a costringere a inserire la prima. Poi riparte. Alla prima rotonda rieccoli. Dietro. Fari. Superano. Terza. Seconda. Prima. Siamo in una sera d’estate, non c’è traffico in giro. La fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede eccome. Possono agire indisturbati. Si appoggiano quasi al paraurti. Poi accelerano. E dai si ricomincia.

Meglio essere prudenti, l’episodio può trasformarsi presto, da goliardata per rompere la noia di un manipolo di Drughi da crotto ticinese, a tragedia. Basta un neurone messo di traverso o fuori posto, una birra o uno spritz di troppo, la contromossa giustizialista della vittima che fa il gioco del gatto contro il topo, ed è facile precipitare nel dramma. Cosa ne sai? Intanto prendo il cellulare e compongo il numero della Cantonale. La Polizia. Stando così in intimità tra vetture, ho potuto con tutto comodo leggere la targa. Sarà rubata, o falsa. Ma tanto vale. Li prendiamo, non si preoccupi, dice la voce con tipico accento rossocrociato. E in effetti ecco poco dopo una pattuglia che spunta da un crocicchio. Sgommano, verso l’autostrada. Chissà se l’efficienza svizzera, o la fortunaccia di una sera feriale, hanno avuto la meglio? La mattina dopo non ho letto e neanche nei giorni seguenti, sulla stampa ticinese, di repulisti antibravate notturne. Magari sarà bastata la lezione. Molto peggio è andata al malcapitato di Camerlata. E qui si fa strada nel cervello e nel cuore una memoria molto più recente, di pertinenza artistica come lo è del resto l’ovvio riferimento all’immenso film di Stanley Kubrick diventato proverbio: ho letto con ritardo e lo consiglio fervidamente il bel romanzo Tony & Susan (pp.408, 19.50 euro) dello scrittore e critico statunitense Austin Wright, edito lo scorso anno da Adelphi. Nonostante la mole, va giù d’un fiato tanto è congegnato l’orologio. Ma adesso i polsi tremano, perché la realtà fa rabbrividire più della fantasia, anche se quest’ultima ha la precisa funzione  – come i sogni – di tenerci in guardia più del solito. La storia. Una famiglia percorre un’autostrada verso le agognate vacanze nel Maine. Lui professore di matematica, con moglie e figlia adolescente al seguito, è alla guida. E il tenero quadretto di provincia viene squassato dalla lama di coltello di un’aggressione insensata quanto violenta. Un sorpasso e poi un controsorpasso con un’auto sconosciuta. Stesso giochetto della Cantonale. E, qualche chilometro dopo, l’agguato. Il futile motivo di nervosismo che diventa la miccia esplosiva di un furore atavico, di una voglia di sopraffare e fare male, con una progressione esacerbante nei modi e nei toni, che forse ci portiamo dentro, forte tanto quanto il desiderio di accudire, di proteggere, di evitare. La tensione inchioda alla pagina. Entri nei sentimenti devastati dei personaggi, fibrilli con loro. Ne cogli il terrore, e sottopelle la voglia di reagire. E con forza eguale e contraria la consapevolezza di essere stretti nell’angolo, di non avere scampo, di sapere che da quel tunnel non si esce. Da carogna-uomo qual sei, parteggi a un certo punto per i colpevoli: perché lui resta immobile, perché non reagisce, come cercano di fare le donne? Moglie e figlia vengono portate via da tre balordi. Lui, il prof, rimane solo, a piedi,  nella sterminata campagna americana, in una notte che sembra sempre più un incubo da cui non si sveglierà più, man mano che arriva il nuovo giorno. Inizierà la caccia ai colpevoli (di stupro e di omicidio), e siccome violenza genera sempre violenza tutto il romanzo (che ha anche una dimensione di squisita fattura letteraria con un gioco di specchi che però non conta qui annotare) sarà l’autopsia del suo progressivo elaborare il lutto tra oblio, cecità, voglia di cambiare pagina  e, dall’altra parte, desiderio di giustizia e soprattutto di vendetta. Necessario, sì, ma alla fine accecante tanto quanto il maglio di violenza che lo ha provocato. Lo sventurato di Camerlata se l’è cavata per fortuna molto meglio, si è risvegliato malconcio in un letto di ospedale, e solo lui sa cosa si prova davvero durante e dopo certi momenti. Rimane la magra consolazione di un fine se non lieto almeno di riparazione retributiva, perché espiare presuppone un’etica e una qualità della vita diverse. Meglio tirare a campare che tirare le cuoia, certo. Ma  speriamo che li prendano, quei bastardi. Non devono farla franca. E chi sappia parli. Che non vinca come tante troppe volte in questo Paese martoriato la legge non scritta ma capillarmente applicata dell’omertà, del chi me lo fa fare, del non mi riguarda. Non ti riguarda? Ti riguarda eccome. Riguarda tutti. Non ce le meritiamo più queste bassezze,  come esseri umani. Ne abbiamo viste troppe. E sappiamo, purtroppo, farne di peggio.
Lorenzo Morandotti 

12 Mag 2012

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