Violenze in piazza a Cantù, in aula parlano gli imputati: «Macché ’ndrangheta, è tutto un circo mediatico»

Processo 'ndrangheta Como

«Macché ’ndrangheta. È stato messo in piedi un circo mediatico. E le risse in piazza le facevano tutti, ma vi risultano solo le nostre, visto i cognomi che abbiamo».
Ieri, dopo settimane di udienze dedicate all’accusa, nel processo in corso a Como per i fatti di malavita che ruotarono attorno a piazza Garibaldi a Cantù, la parola è passata agli imputati. Tutti e nove, presenti in aula, si sono difesi rispondendo alle domande del pm della Dda Sara Ombra. Una intera giornata – conclusa alle 18.30 – dedicata a replicare a tutti i capi di imputazione contestati.
L’attenzione era soprattutto su Giuseppe Morabito, nipote di “U Tiradrittu” che è considerato esponente di una delle più potenti famiglie di ’ndrangheta della Calabria. È stato lui l’ultimo a parlare. «Mio nonno l’ho visto solo in galera. Prima era latitante, poi lo arrestarono», ha detto Morabito, negando subito dopo di conoscere i componenti del Locale di Mariano. «Negli ultimi mesi per tutti sono diventato ’ndranghetista, così mi dicono. Ma fino al giorno prima non avevo mai avuto problemi con nessuno». «Ludovico Muscatello? (il nipote del boss di Mariano, ndr) Per me era un fratello, nel senso di un amico. L’ho visto crescere. Ma ero più amico di Mirko Pagani, il titolare della discoteca “Spazio”». L’attenzione si è subito spostata sulla discoteca, il cuore delle attività notturne che ruotavano attorno a piazza Garibaldi e che, secondo la Dda, gli imputati volevano monopolizzare.
«Pagani era un mio amico, mi mettevo in mezzo alle risse per dividere i contendenti ma non perché mi considerassi il proprietario bensì perché mi spiaceva che rovinassero il locale». Il suo “fratello” Muscatello nella discoteca faceva il buttafuori e, dopo una lite nel locale, fu gambizzato in strada a Cantù da due parenti di Morabito, Rocco Depretis e Domenico Staiti. Per l’accusa fu la prova che i poteri all’interno della Locale di Mariano stavano passando dai Muscatello ai Morabito. Secca la smentita: «Io non c’ero. Ero in Calabria. Quando tornai andai a trovare Muscatello. Ma se fosse vero quello che dite, per quale motivo un Morabito avrebbe dovuto andare a trovare un Muscatello? Invece sono andato perché Ludovico era mio amico. La pace tra le parti? Impossibile dopo queste cose, ci si può fermare ma non fare pace».
La gambizzazione
In precedenza, a parlare di questo episodio cruento, era stato proprio Domenico Staiti. «Sì, avevo avuto problemi con Ludovico. Era grande e grosso, pensava di poter fare e dire quello che voleva. Litigai in discoteca, rimasi ferito alla testa da una bottigliata. Da quella notte girai armato, temevo ritorsioni. Poi una sera, mentre riportavo a casa mio nipote (Rocco Depretis, ndr) vidi Muscatello fuori da un panettiere e mi fermai. “E se adesso ti sparassi nelle gambe?”, gli dissi. Lui sbiancò. Poi esplosi due colpi al ginocchio. Lui cadde e fece per reagire e prendere qualcosa. Mio nipote, che è un po’ una testa calda, ha sparato qualche colpo anche lui». «Macché ’ndrangheta – ha poi tuonato – Ho agito, sbagliando, solo per il diverbio che avevo avuto. Non faccio parte di alcuna associazione malavitosa. Ho vissuto 41 anni ad Africo, ho fatto il vicesindaco, il presidente della squadra di calcio, il presidente della Pro Loco, anche queste sono cose da valutare prima di attaccare il marchio di malavitoso. In Lombardia ci sono stati 40 summit di ’ndrangheta, leggo, ma io non c’ero in nessuno, non conosco nessuno né mi relaziono con alcuno dei partecipanti».
Il nipote
Versione confermata, in precedenza, anche dal nipote Rocco Depretis. «Mio zio mi stava portando a casa quando vedemmo Muscatello. Litigarono di nuovo come avevano fatto la settimana prima. Non vennero alle mani, poi ci furono gli spari». Depretis ha ammesso un pestaggio ai danni dell’unica parte civile costituita, mentre ha negato di aver sparato a un’auto in piazza Garibaldi dopo un diverbio: «L’ho saputo dai giornali».
Nega tutto
Nega tutto Antonio Manno, già noto alle cronache per il tentato omicidio (condanna definitiva) a un barista di Cantù. «Ho sempre pagato le consumazioni in discoteca, non ho picchiato il ragazzo che si è costituito parte civile» e quella volta che fu visto uscire dal retro della disco nel corso di un controllo dei carabinieri era perché «c’era tanta gente nel locale e mancava l’aria».
Poche parole
Brevissimo l’esame di Andrea Scordo: «Sono andato due volte in quella discoteca e ho sempre pagato, con la carta di credito. Non sono mai stato coinvolto in risse, né dentro né fuori dal locale e nemmeno vi ho assistito».
«Ho paura della mafia»
La giornata era stata aperta da Luca Di Bella, l’unico ai domiciliari. «Sono figlio di un collaboratore di giustizia – ha detto con tono perentorio – Ma vi pare possibile che se avessi saputo che i miei amici erano vicini alla malavita sarei uscito con loro? Io so cosa vuol dire avere paura della mafia». A lui viene contestato un pestaggio in discoteca: «C’era un inglese, magro e alto… diceva “fuck”, mi guardava e rideva. L’ho allontanato e mi ha morso un dito. Ho ancora il segno. D’istinto gli diedi un pugno e me ne andai via. Dopo quell’episodio allo “Spazio” non ci sono andato per un anno e mezzo. Le consumazioni? Le ho sempre pagate tutte».
Il comasco
«Sono comasco, non calabrese – ha detto Jacopo Duzioni – e il mio gruppo di amici è di Cermenate. Sono Di Bella, Torzillo e Zuccarello. Andavamo allo “Spazio” perché era la discoteca più vicina. Gli altri imputati li ho conosciuti lì, ma non ho nemmeno il loro numero di telefono. E le consumazioni le ho sempre pagate». E sulla rissa con coinvolto anche Di Bella: «Perdeva tantissimo sangue dal dito, la zuffa ci fu fuori dal locale ma il titolare si arrabbiò molto e non ci fece più entrare». Gli viene contestato anche un pestaggio a un dominicano con mascella rotta e 40 giorni di prognosi: «Importunava le ragazze da tutta la sera – è la replica – Poi, dopo un primo schiaffo, estrasse un taglierino dicendo “ora vi faccio vedere come si fa dalle mie parti”: ci fu un parapiglia, poi scappò».
Il taglierino e il giubbotto
Valerio Torzillo entra nel dettaglio: «Ci chiamava “cabron”. La lama del taglierino mi colpì al braccio, ho ancora il taglio sul giubbotto. Poi lo inseguimmo ma cadde e andò a sbattere contro un marciapiede». «Non ho mai minacciato nessuno per togliere le querele – ha proseguito – Ho sempre pagato le consumazioni, Muscatello per me era solo il buttafuori della discoteca e Morabito lo conoscevo perché frequentava il bar dove lavorava la mia ragazza. Ci vedevamo in discoteca ma i miei amici con cui uscivo erano quelli di Cermenate».
Ho sempre pagato
«Allo “Spazio” ci andavo una volta al mese. Ho sempre pagato – conclude Emanuele Zuccarello – Se avevo cinque euro consumavo per cinque euro. Il pestaggio alla parte civile? Non ero presente, e non ero presente neppure agli spari in piazza».

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