Vite ed esperienze al tempo della pandemia

Emergenza Coronavirus Covid

Un perturbamento profondo fatto di lutti da elaborare, giovani abbandonati alla Dad e alla socialità digitale, supporti economici che svaniscono, legami sfibrati. Ecco un libro che vuole indagare sul vissuto esperienziale della pandemia dando voce a chi l’ha vissuta in prima persona. È “Verità e segreti del Covid-19. Le ondate della pandemia” edito da Alpes di Roma, tema di un dibattito oggi alle 18.30 sulla pagina Facebook che porta lo stesso titolo del volume. Ospiti della diretta Paola Boldrini, vicepresidente della commissione Sanità del Senato e il senatore Andrea Ferrazzi, con loro i curatori del libro Roberto Pozzetti, Elena Grimaldo e Maria Letizia Rotolo e il medico anestesista Filippo Testa. La diretta si potrà seguire anche dalla pagina Facebook dello stesso Pozzetti, psicanalista comasco.
Tra gli autori del libro figurano altre firme comasche come quella di Luigi Liparulo che lavora con casi di Covid in Valduce, del filosofo Fabio Gabrielli, di Giorgia Graziano (attrice, ricercatrice e formatrice teatrale) e Andrea Carta (psicologo di Erba).
L’opera è stata di recente inviata anche per rimarcare il lavoro di psicologi e analisti sul campo durante i mesi più difficili del contagio al presidente del consiglio Mario Draghi.
Il libro si focalizza come detto sulla dimensione esperienziale del virus ed è strutturato in tre parti. La prima raccoglie storie di chi si è contagiato o ha avuto familiari e amici ammalati. La seconda clinici impegnati sul campo raccontano le strategie messe in atto nel trattamento dei malati e nel sostegno al personale sanitario impegnato sul fronte dell’emergenza a dover combattere un nemico inedito e ignoto. La terza si concentra infine su esempi concreti di storie di malattia e sulla loro presa in carico nell’ambito psicologico e sociale.
Ma come vive uno psicanalista un’esperienza del genere? Come mette sul lettino un virus letale e ignoto, pervasivo e capace di minare un mondo? «Mi ha colto di sorpresa – annota Pozzetti nel libro – Ha avuto su di me un effetto di risveglio, come quando ci si sveglia da un incubo». Non avrebbe mai creduto nel collasso della sanità, specie in Lombardia dove ha lavorato per 12 anni in contesti pubblici. Eppure è successo. Pozzetti sottolinea che all’inizio si è «irresponsabilmente sottovalutato la contagiosità e la gravità del virus (…) Io stesso ero fra coloro che hanno creduto per molte settimane alla narrazione che presentava inizialmente il Covid nella forma di un disturbo lieve, davvero come “poco più di un’influenza”». Ma c’è qualcosa di più profondo, ed è il legame con i medici di base, ulcerato da tempo in Lombardia. E così gli ospedali si sono trasformati in centri e veicoli di contagio. Con il personale sanitario esposto in prima linea e con «carente tutela». E nello studio di Pozzetti sono iniziati, con il fioccare di distanziamenti, mascherine e disinfettanti obbligatori, i pazienti in preda a sogni horror. «Sognare epidemie, sognare uno zombie – scrive Pozzetti – vedere immagini oniriche di cimiteri risulta attualmente ben più frequente e viene palesemente associato all’impatto che questo virus sta avendo».
Ne usciremo migliori o diversi? Pozzetti invita a un cauto realismo: «Sarebbe ottimo se questa esperienza ci insegnasse i valori del collettivo e della solidarietà. Considero più probabile, però, che presto prevalgano di nuovo l’individualismo e il preoccuparsi ciascuno per sé stesso». Ma attenzione, come ha già avuto modo di dichiarare in una intervista al nostro giornale, Pozzetti non crede nella società “liquida” prospettata dal celebre sociologo Zygmunt Bauman: «L’intervento degli organismi statali, che andava via via riducendosi negli scorsi decenni, è stato nuovamente collocato al centro dell’organizzazione sociale».
Particolarmente drammatica è la “cronaca della prima ondata” raccontata da Luigi Liparulo nella seconda parte del libro: l’ospedale che cambia volto con i primi ricoveri, le tute, le mascherine speciali, le protezioni sanitarie anticontagio, la profilassi, la decisione sofferta con la moglie, lei pure medico, di separarsi dai bimbi affidandoli ai nonni: «Li rivedremo tutti solo dopo 67 giorni».
Un virus che incide nelle vite umane, negli affetti, nelle abitudini. E intanto c’è il lavoro da fare, la corsia, ossia la trincea dove tocchi con mano la gravità del male: «Tanti giungono già sfiancati da molti giorni trascorsi al domicilio con febbre alta e a volte peggiorano repentinamente – annota il medico – senza che si possa intervenire in maniera risolutiva».
Molti, scrive Liparulo, «arrivano attoniti, travolti da una situazione del tutto imprevedibile, increduli per quanto sta loro capitando, isolati, soli, lontano dagli affetti, dalle parole, dai volti dei propri familiari». Il diario del medico racconta la sensazione di impotenza: «Credo che non ci sia cosa peggiore che morire in solitudine, ma penso anche alla disarmante condizione dei familiari delle vittime, costretti a casa, forzatamente separati in un momento che richiederebbe stretta vicinanza».
Lettura particolarmente ricca è poi quella dal punto di vista della sapienza filosofica di Fabio Gabrielli, che con Andrea Carta invita nel testo “Trauma” a passare come recita il sottotitolo «dallo sbigottimento pandemico a una nuova politica dei corpi». I simboli e le metafore potenti che qui vanno in scena sono quelle del respiro, del tocco, della tenerezza, del contatto che la pandemia nega e a cui va dato per forza di cose un significato più vero e più autentico. Più radicale forse. Prima vigeva una visione efficientistica e tecnicistica del corpo, in una logica consumistica e capitalista basata sul mero profitto. Con la pandemia si aprono forse nuove prospettive: «Il trauma provocato dalla pandemia – scrivono gli autori – può suggerirci un percorso davvero fecondo, il contatto tra singolarità fragili, nudità estreme mai isolate, sempre in relazione, nel segno di una responsabilità immediata, di un’etica del sentire che viene prima di ogni presa concettuale sul mondo». Da un tempo malato di privazioni e sofferenze inaudite può così nascere una nuova stagione di consapevolezza che si faccia finalmente carico, senza localismi e senza ingiustizie, della vulnerabilità dell’essere umani nel XXI secolo.

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